lunedì 19 febbraio 2018

George Soros, il manipolatore manipolato

George Soros, lo speculatore “illuminato”, il benefattore dei profughi e lo sponsor di Emma Bonino, è tornato a parlare di politica estera; ma, vuoi per l’età ormai avanzata, vuoi per il delirio di onnipotenza tipico di chi è abituato a manipolare impunemente verità e denaro, stavolta sembra aver superato la soglia del ridicolo.
Secondo Soros, la minaccia per l’Europa è Putin, non l’Isis. E quale sarebbe la ragione di un’affermazione tanto azzardata? Semplice, Putin starebbe orchestrando la distruzione dell’Europa attraverso la crisi dei migranti. Siccome “l’obiettivo di Putin è la disintegrazione dell’Unione Europea - dice Soros- il modo migliore per realizzarla è quello di inondare l’Europa di profughi siriani”. I russi, in Siria, ci starebbero per bombardare la popolazione civile così da costringere milioni di disperati a fuggire e invadere il nostro continente.
Quindi l’esodo biblico d’immigrati che sta mettendo a rischio la tenuta sociale ed economica dell’Europa e il suo futuro, sarebbe opera di Putin. I barconi che attraversano il Mediterraneo, i milioni di profughi islamici (di cui più della metà non sono profughi) che premono ai nostri confini, il rischio di trasformarci in Eurabia, tutto questo sarebbe un complotto russo finalizzato a far implodere l’Unione Europea.
INCONGRUENZE
Che l’emergenza profughi sia iniziata molto prima dell’intervento russo in Siria, è una constatazione che non sembra scalfire le certezze di Soros. Così come nelle sue considerazioni, non vi è alcun cenno alle “guerre umanitarie” che l’Occidente ha condotto in questi anni, destabilizzando l’intera area che va dal nord Africa, al Medio Oriente.
Non rappresenta un elemento di valutazione neppure il fallimento della “Primavera araba” e il disastro libico (altro capolavoro occidentale) che hanno aperto la porta al dilagare dell’integralismo islamico nel Mediterraneo; né il fatto che l’Isis sia un prodotto di laboratorio delle centrali d’intelligence americane e saudite, creato apposta per distruggere la Siria e costruire una entità salafita sul Mediterraneo come ultimo tassello di un effetto domino che avrebbe dovuto portare alla rimozione di tutti i governi dell’area ostili al potere dei regnanti del Golfo.
Ma al di là delle incongruenze storiche, perché la Russia dovrebbe cercare di distruggere l’Europa col rischio di ampliare la minaccia islamica non solo in Asia centrale ma anche ai suoi confini occidentali? Per Soros la risposta è semplice: siccome la Russia sta per finire in default (altra vecchia ossessione del finanziere), “il modo più efficace con cui il regime di Putin può evitare il collasso è causare prima il crollo dell’Unione Europea. Una UE a pezzi non sarà in grado di mantenere le sanzioni inflitte alla Russia dopo la sua incursione in Ucraina”.
Ecco che nello schemino semplice di Soros, tutto viene riportato al suo maggiore interesse: l’Ucraina e il governo fantoccio di Kiev ennesimo prodotto delle rivoluzioni democratiche costruite a tavolino nei think tank d’oltreoceano e nei consigli d’amministrazione delle banche d’affari e dei fondi d’investimento degli amici di Soros che poi lui fa nominare ministri anche se sono cittadini stranieri (le collusioni scandalose tra Soros e il governo ucraino le abbiamo già rivelate). Questa mescolanza tra delirio e ossessione, tra interessi e manipolazione della verità attraverso i media di sistema, porta Soros a negare persino l’evidenza: e cioè che l’Isis ha fermato la sua avanzata solo dopo che la Russia è entrata in campo.
UN AVVERTIMENTO ALL’EUROPA
Quello di Soros è in realtà un avvertimento agli europei: “lasciate perdere l’Isis che tanto l’abbiamo creato noi e quindi lo distruggiamo quando non ci servirà più. Voi occupatevi della Russia, e non sognatevi di decidere liberamente quali sono i vostri interessi strategici”.
Il pensiero di Soros non va relegato nel capitolo “disturbi senili” perché è lo specchio di cosa passa nella testa dell’élite tecnocratica che domina l’Occidente, la cui folle ideologia mischiata ad un’aggressività senza scrupoli, ci sta spingendo verso la guerra globale.

Questa élite che è finanziaria e tecno-militare, contamina i governi occidentali, controlla la Nato, domina Wall Street e condiziona l’informazione globale; ha bisogno di allargare la propria sfera d’influenza nella ricerca compulsiva di dominio.
PERCHÈ L’EUROPA MUORE
A differenza di ciò che dice Soros, l’Europa sta morendo non per colpa di Putin ma a causa della perdita di sovranità (monetaria, democratica e militare) che sta distruggendo le economie, la coesione sociale e l’identità delle nostre nazioni. Passo dopo passo gli spazi di libertà si stanno chiudendo ed una élite di tecnocrati senza volto, alchimisti della moneta, burocrati e politici scodinzolanti sta prendendo il potere sulle nostre vite e sul nostro destino. Sono questi i veri nemici dell’Europa.
Giuseppe Federici – http://federiciblog.altervista.org/

domenica 18 febbraio 2018

Paramahansa Yogananda: "Pensare positivo aiuta a stare in buona salute"


Domanda – “Perché la vita è così piena di prove?”
Risposta – “Attraverso le prove noi impariamo le lezioni della vita. Le prove non sono fatte per distruggerci: sono fatte per sviluppare il nostro potere. Esse fanno parte della naturale legge dell’evoluzione e sono necessarie per noi per avanzare da un livello più basso ad uno superiore. Tu sei molto più forte di tutte le tue prove. Se non lo capisci adesso, dovrai capirlo più tardi. Dio ti ha dato il potere di controllare la tua mente e il tuo corpo e così liberarti dai dolori e dai dispiaceri. Non dire mai “sono finito”. Non inquinare la tua mente pensando che se cammini un po’ di più ti sforzerai troppo o che se non puoi avere un certo tipo di cibo soffrirai, e così via.”
“Non permettere mai alla tua mente di ospitare pensieri di malattia o di limitazione: vedrai che il tuo corpo cambierà in meglio. Ricorda che la mente è il potere che governa questo corpo, quindi se la mente è debole anche il corpo diventa debole. Non intristirti o preoccuparti di nulla. Se rafforzi la tua mente non sentirai sofferenze fisiche. Non importa cosa succede, devi essere assolutamente libero nella tua mente.
Come in un sogno puoi pensare che stai male e svegliandoti di colpo vedi che non è vero, così nello stato di veglia devi sapere che la vita non è altro che un sogno. La mente non ha alcun legame con il corpo se non quello che tu gli dai. Quando la mente potrà rimanere distaccata dal corpo a tuo piacimento, tu sarai libero. Ricorda che sei immortale.
Per poter superare le prove della vita avrai bisogno di ringiovanire sia il corpo che la mente. Dovrai sviluppare l’elasticità mentale. Se non puoi fare fronte alle prove della vita, sarai indifeso quando i problemi e le tribolazioni arriveranno. A volte la vita sembra un gioco crudele. La sola giustificazione per questo è che la realtà è solo un sogno. Hai avuto molte esperienze attraverso molte incarnazioni e ne avrai altre in futuro, ma non dovrebbero impaurirti. Devi recitare tutte le parti in questo film della vita, dicendo a te stesso “Io sono Spirito”. Questa è la grande consolazione che la saggezza ci dà”.
Paramahansa Yogananda
(Fonte Uqbar Love)

venerdì 16 febbraio 2018

Marte com'era... Marte com'è - Da pianeta verde a deserto rosso

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Una nuova teoria per spiegare perché Marte non ha più un'atmosfera consistente come la nostra...


Dalle foto trasmesse dalla sonda Curiosity si sono viste pietre conficcate nei presunti letti di fiumi non appartenenti alla tipologia geologica dell'area controllata. La conclusione ovvia è che sono state trasportate, come per i nostri ciottoli di fiume, da regioni più lontane e geologiche diverse e rimaste incastrate più a valle negli anfratti dei corsi d'acqua.

Quindi Marte aveva un'atmosfera, acqua, vegetazione e qualche forma di vita.

Ma cosa può essere accaduto?

Perché Marte si è trasformato in un pianeta inospitale?

Secondo alcuni astronomi diversi milioni di anni fa (forse) l'atmosfera del pianeta rosso fu "strappata" dall'attrazione di un qualche gigantesco corpo celeste che, transitandogli vicino, con la sua attrazione ha sconvolto il pianeta riducendolo allo stato attuale.

Basandosi su questa tesi allora torna in mente il pianeta X o Nibiru, il misterioso pianeta extra sistema solare che ogni tanto (migliaia di anni) dovrebbe entrare nel nostro sistema solare determinando scompigli nelle orbite dei pianeti.

Per alcuni scienziati la famosa cintura di asteroidi tra Marte e Giove sarebbe la testimonianza di un catastrofico scontro tra qualche satellite del pianeta X e un pianeta del nostro sistema solare. Gli stessi satelliti di Marte, Demos e Phobos, sono un'anomalia che tra qualche secolo finirà per concludersi drammaticamente sul pianeta.

Si pensa infatti che nel tragico avvicinamento di questo gigantesco pianeta questi due grandi "sassi" siano rimasti imprigionati dall'attrazione marziana e che ora pian piano stiano precipitando verso il pianeta rosso. Phobos misura appena 13,5 x 10,8 x 9,4 km.

Insomma la storia del nostro sistema solare è tutt'altro che scontata, ci sono stati nei miliardi di anni eventi sconvolgenti e ancora inspiegabili, tra questi Urano che a differenza di tutti gli altri pianeti che hanno il proprio asse quasi perpendicolare al piano dell'orbita intorno al Sole, quello di questo gigante gassoso è invece quasi parallelo, mostrando al Sole non l'equatore ma i propri poli. Oltre a ciò Urano ruota nel verso opposto rispetto a tutti gli altri pianeti, ad eccezione di Venere (altro mistero!).

Per alcuni questa può essere la dimostrazione che esiste un'altra stella (una nana bruna), sorella del nostro Sole che ogni tanto (milioni di anni) fa transitare i propri pianeti all'interno del nostro sistema in maniera perpendicolare al piano delle nostre orbite, creando scompiglio e disastri. Urano e forse anche Venere dimostrerebbero che in questo "mischiar le carte" alcuni pianeti della "sorella" del nostro Sole sarebbero rimasti imprigionati nel nostro sistema ed altri invece persi nell'altro sistema solare.

Nibiru (o il pianeta X) farebbe parte di questa ipotetica stella nana bruna battezzata Nemesi. Secondo la traduzione delle tavolette sumere ( datate 1.500 a.C. ) avvenuta tra il 1972 e il 1998, esisterebbe un grande pianeta, battezzato dai sumeri proprio Nibiru che ogni 4000 anni circa verrebbe a "farci visita". Nibiru nell'antica lingua preaccadica vuol dire attraversamento, rappresentato simbolicamente come una croce. Le braccia più piccole della croce rappresenterebbero il nostro sistema solare e la parte perpendicolare più lunga Nibiru.

Quindi se dovesse veramente avvicinarsi Nemesi con i suoi pianeti, Nibiru compreso, sarebbe inizialmente visibile nei cieli dei nostri poli e in particolare, per alcuni "fantastudiosi", dal Polo Sud. A questo punto viene spontaneo chiedersi, perché il Vaticano ha investito con la NASA ingenti somme per costruire un osservatorio astronomico proprio in Antartide?

Forse ci si nasconde qualche verità scottante? I grandi rifugi costruiti da poco sottoterra in molte nazioni della Terra hanno forse un collegamento con qualche evento astronomico in arrivo? Ma noi siamo poveri mortali e non ci è dato di sapere!

Ennio La Malfa

giovedì 15 febbraio 2018

Turchi contro Curdi... in Siria

Ante Scriptum - Pur essendo stato in passato un sostenitore della causa curda (quando il PKK si dichiarava comunista, marxista-leninista ed anti-imperialista) ed essendo stato varie volte nel Kurdistan turco, non parteciperò alla manifestazione di Roma, del 17 febbraio 2018.

I Curdi siriani ed iracheni si sono messi di fatto al servizio dell'imperialismo USA, occupando vaste zone dei due paesi in previsione di una disgregazione e spartizione dei due stati sovrani. In Siria sono state occupate vaste zone abitate esclusivamente da Arabi, ed in particolare le zone dove si trovano i principali giacimenti petroliferi e di gas della Siria. 

In queste zone sono state concesse basi permanenti all'esercito USA, da cui partono ormai continui attacchi all'esercito nazionale siriano impegnato in una difficile opera di difesa dell'unità, dell'integrità e della sovranità del paese.

I Curdi abbandonino il loro atteggiamento sciovinista che - oltre tutto - li espone a dei gravi pericoli perché i loro protettori non si faranno certo scrupoli a scaricarli quando lo riterranno più conveniente"  (Vincenzo Brandi)


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Si tratta di un’iniziativa militare e politica appartenente alla categoria del quod erat demonstrandum. Imputarla a Recep Tayyip Erdoğan in quanto tale sarebbe senza senso, perché chiunque si fosse trovato alla presidenza della Turchia avrebbe fatto lo stesso (non si dimentichi quanto celermente, in termini militari, agì a Cipro il primo ministro turco, il laico Bülent Ecevit, dopo il colpo di stato fascista contro Makarios negli anni ‘70), e con la medesima disinvoltura. Solo un pazzo avrebbe potuto pensare che si sarebbero limitate al campo diplomatico le conseguenze della decisione statunitense di rafforzare le milizie curde nella Siria settentrionale e addirittura di affidare loro il controllo del confine turco-siriano, tanto più essendo collegate col Pkk di Turchia. La mossa degli Usa è stata per la Turchia l’equivalente della virtuale apertura di un secondo fronte coi Curdi. Di qui l’avvio di un’operazione militare cinicamente - o ironicamente - denominata «Ramo d’ulivo».

L’IRRISOLVIBILE PROBLEMA CURDO
Ritorna in primo piano il problema curdo, nato dalla spartizione dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, secondo i voleri di Gran Bretagna e Francia, e dalla vittoria in Anatolia dei nazionalisti turchi di Mustafa Kemal Atatürk. Di conseguenza, i Curdi si trovarono - da sudditi ottomani quali erano (esclusi quelli della Persia) - cittadini poco o per niente amati di Iraq, Siria e ovviamente Turchia. L’illusione di un non meglio precisato Kurdistan autonomo o independente, accolto dagli Alleati nel trattato di Sèvres, si dissolse rapidamente a motivo del nuovo assetto dell’area dovuto alle imprese di Atatürk. Tanto la Turchia quanto i nuovi Stati di lingua araba costruiti a tavolino avevano e hanno problemi di omogeneità e solidità di vario ordine e grado, ma tali da sconsigliare aperture alle rivendicazioni curde. Si tratta di un mero dato di fatto. Così i vari governi interessati dalla questione curda, oltre a mettere in atto una politica interna ostile, si sono collocati in una fascia di oscillazione che va dalla strumentalizzazione contingente dei Curdi di casa d’altri al blocco interstatuale, quando certe pretese puntano a oltrepassare una determinata e proibita linea rossa; come è accaduto nel caso recente del referendum indipendentista del Kurdistan iracheno: sulla linea rossa antistante l’indipendenza si sono schierate compatte Baghdad, Teheran e Ankara. Va sottolineato che le circostanze storiche cui si deve la formazione dell’autonomia curda in Iraq siano rimaste del tutto eccezionali.
In un Vicino Oriente dove ciascuna entità pensa cinicamente solo ai propri interessi, i Curdi non sono stati da meno, ma con risultati per loro devastanti in quanto oggettivamente privi della possibilità di effettuare il gioco degli opportunismi a proprio vantaggio: il tutto si è risolto nello scegliere di volta in volta il partner straniero ritenuto più idoneo - un domani però - a favorirne l’indipendenza. E ogni volta il fallimento è dietro l’angolo. In buona sostanza si tratta del classico modo di agire cui si deve se il Vicino Oriente è diventato quel che è. Basti ricordare la rivolta di Mustafa Barzani contro il governo di Saddam Husayn negli anni ‘70. In base alla garanzia statunitense di appoggio iraniano in armi e rifornimenti, i Curdi iracheni si ribellarono: alle prime difficoltà non solo lo Shāh rifiutò l’intervento diretto in loro favore, ma quello stesso Henry Kissinger - che inizialmente aveva fornito ai Curdi la predetta garanzia - patrocinò un accordo fra Teheran e Baghdad a seguito del quale lo Shāh cessava ogni aiuto agli uomini di Barzani in cambio della cessione di alcune porzioni territoriali dall’Iraq all’Iran. Si potrebbe aggiungere che nel 2006 gli interessi momentanei fecero sì che Washington fornisse ad Ankara servizi logistici nella lotta contro i ribelli del Pkk. E oggi i Curdi di Siria si sono messi incoscientemente al servizio degli interessi statunitensi nell’area illudendosi di fare anche i propri, col risultato di rimanere soli allo scatenarsi della tempesta.

I CURDI
I Curdi di Siria, con l’illusione di creare una loro zona nel Rojava, hanno suscitato acritiche solidarietà in una parte dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto quella di sinistra, a prescindere dai loro problematici e conflittuali rapporti con la locale popolazione araba e turcomanna; a questo si aggiunga (per quello che conta in sé, ma per una certa sinistra conterebbe) il giudizio negativo su di essi da parte dei ribelli siriani, che imputano loro di essersi di fatto alleati col governo di Damasco in cambio (?) dell’autonomia del Rojava. L’interrogativo è d’obbligo perché il Rojava - cioè i cantoni di Afrin, Jazira e Kobane - copre il 25% del territorio siriano. Nella loro azione iniziata nel 2016 le milizie curde hanno liberato dai jihadisti anche città a maggioranza araba, senza però consegnarle né al governo di Damasco né ai ribelli anti-Assad, bensì inserendole sotto il loro governo del Rojava. Poi i Curdi hanno chiuso la Castello Road, vale a dire la principale strada di accesso ad Aleppo, contribuendo in modo importante alla totale riconquista della città da parte dell’esercito governativo siriano. Per esigenze propagandistiche nella guerra all’Isis, àuspici gli Stati Uniti, le milizie curde sono diventate - integrando un pugno di combattenti arabi - le Syrian Defense Forces (Sdf), senza tuttavia che ciò ne alterasse il carattere essenzialmente curdo.
L’acriticità occidentale sui Curdi in genere - oltre a tacerne l’entusiastico e non rinnegato ruolo svolto nel genocidio armeno («cose vecchie», direbbe qualcuno) - non considera la loro prolungata e ininterrotta tradizione di feroce e sanguinosa conflittualità interna, né riporta l’alto grado di brutale autoritarismo, corruzione e inefficienza del governo del Kurdistan iracheno, ad opera di entrambi i clan dominanti dei Barzani e dei Talabani. Non è infrequente che si esalti il carattere rivoluzionario delle milizie curde dalla Turchia alla Siria e fino all’Iraq, sottacendo però che i Curdi che le costituiscono si limitano (come tutti gli altri, del resto) a chiedere diritti per se stessi, infischiandosene alla grande di quelli degli altri.
L’attuale affidamento dei Curdi di Siria all’abbraccio mortifero degli Stati Uniti è stato tale da far loro rifiutare l’appoggio russo-siriano offerto all’approssimarsi della crisi di frontiera; appoggio riconducibile all’intenzione russa di coinvolgere i Curdi nei colloqui di Astana e all’apertura di Assad - forse obtorto collo - verso una contrattata autonomia del Rojava. L’appoggio di Damasco avrebbe potuto consistere nello schierare proprie truppe nella zona in questione come deterrente, cioè mettendo Ankara di fronte all’alternativa: non agire militarmente oppure farlo, ma attaccando un alleato della Russia, cosa al momento irrealistica.
A questo punto è entrato in scena il tragicomico: il segretario generale della Nato (di cui tutto può dirsi, tranne che non sia una marionetta degli Stati Uniti), pontificando sul diritto di difesa della Turchia, ha tuttavia chiesto il rispetto per la misura, cosa che alcuni hanno interpretato come un «bombardate sì, ma con moderazione!». Dal canto loro, i Curdi ci hanno ripensato di nuovo, invitando Damasco nientemeno che alla difesa della propria sovranità territoriale contro la mini-invasione turca. Troppo tardi; a questo punto infatti, con i Turchi entrati in azione, la reazione armata siriana avrebbe avuto il senso dell’attacco alla Turchia, con conseguenze devastanti per Assad, il cui esercito non sarebbe in grado di farvi fronte.

IRAN, SIRIA E RUSSIA
Al di là delle prese di posizione ufficiali - e delle proteste di prammatica - al momento né Damasco né i suoi alleati si sono agitati più di tanto. Cominciamo con l’Iran. Non vi è dubbio sulla condivisione delle preoccupazioni turche da parte di Teheran, e non solo in ragione della presenza di una zona curda all’interno dei suoi confini. Infatti la strumentalizzazione dei Curdi ad opera di Washington si inserisce nella nota strategia contro l’Iran: di conseguenza il deteriorarsi delle relazioni fra Ankara e Washington è utilissimo per il suo contenimento, e se poi il deterioramento sfociasse in crisi vera e propria sarebbe ancora meglio. Oltretutto, se i Turchi riuscissero a cacciare i Curdi oltre l’Eufrate, la stessa presenza degli Stati Uniti in Siria, in prospettiva, potrebbe soffrirne.
Riguardo alla Siria, molto è cambiato rispetto al periodo in cui Damasco era collaborativa con i Curdi, come quando il leader del Pkk, Abdullah Öcalan, fu ospitato nel Paese per ben quindici anni. Ora infatti ad Assad è chiaro (al pari che all’Iran) che se prima del conflitto siriano conveniva appoggiare il Pkk, ora le cose stanno diversamente, col rischio che il braccio siriano di quell’organizzazione vi crei un proprio territorio autonomo o semi-indipendente. Resta aperto il rischio che la Turchia - al di là delle rassicurazioni ufficiali - abbia mire territoriali sulla Siria. Per cui al momento Damasco non fa il tifo per nessuno e, tutto sommato, nemmeno per i Curdi. Si deve tener presente una questione importante: dove si sono installati, i Curdi la fanno da padroni. Le richieste di Assad affinché il controllo della sicurezza e l’amministrazione finanziaria fossero consegnati a propri funzionari, in modo da evitare l’attacco, sono state disattese: i cittadini siriani entrano nel territorio sotto controllo dietro permesso delle cosiddette Unità di Protezione Popolare (Ypg) curde; l’amministrazione curda riscuote tasse, trattiene i proventi delle vendite petrolifere e acquista terreni da arabi siriani. Quand’anche senza particolare piacere, per Damasco è chiaro che l’attacco turco ha un effetto duplice e non disprezzabile: contro i Curdi e contro gli Stati Uniti. E, cosa importante, il prolungarsi dell’operazione «Ramo d’ulivo» aumenterà il tempo a disposizione dell’esercito di Assad nell’attacco a Idlib, città su cui Ankara potrebbe avere delle mire.
Per la Russia, il problema curdo-siriano è qualcosa di parzialmente utilizzabile: ma se qualcuno lo eliminasse? Ancora meglio. Infatti l’operazione militare di Ankara è avvenuta senza l’opposizione russa, e questo conferma altresì che Mosca ha finito col ritenere questa novità nella crisi siriana utile contro i progetti statunitensi nel nord della Siria.
Se non è l’attacco turco ad essere sorprendente, per taluni lo sono invece le difficoltà da esso incontrate sul terreno, con la conseguente lentezza nel suo svolgimento. Ma ancora una volta le apparenze possono ingannare. È innegabile - nella fase attuale dei rapporti Ankara-Washington, deteriorati dal dilettantesco e fallito golpe militare palesemente filoatlantico - negli Stati Uniti in parecchi godrebbero di un’umiliazione di Erdoğan, ma non è detto che l’auspicio si avveri: è vero che le cose non vanno benissimo, ma al momento i Turchi stanno utilizzando come forza d’urto solo miliziani al loro servizio (ceceni, uiguri e turkestani), e senza che manchino jihadisti di varia tendenza. Anche così, per quanto potrà reggere la resistenza curda? Non si esclude che prima o poi entreranno in campo anche le Forze armate turche; ma ad ogni modo più si prolunga quest’operazione militare, più i Curdi e i Turchi perdono mezzi, uomini e soldi.
Da non trascurare il fatto che le parti in causa si giocano anche la reputazione: per la Turchia fallire vorrebbe dire perdere prestigio militare e influenza in tutta l’area vicino-orientale, oltre che nella Nato. I Turchi e i loro miliziani sono entrati in un territorio ignoto e ostile che i Curdi invece conoscono alla perfezione: sono ben armati dagli Stati Uniti e tutto sommato operano in difesa. Se però non costringono i Turchi alla ritirata, la loro sconfitta sarà totale, assieme alla totale irrilevanza nell’area.
Automaticamente si pone il problema della definitività o meno del distanziarsi turco dagli Usa. Per ora - risaputa l’inaffidabilità, per chiunque, della Turchia attuale - va detto che molto potrà dipendere dall’evolversi dello scontro in atto all’interno delle Forze armate statunitensi fra pro- e anti-Turchia: se finisse col prevalere la prima tendenza, non ci sarebbe da stupirsi se Ankara tornasse disinvoltamente all’intesa con Washington. D’altro canto, prima o poi gli Stati Uniti dovranno fare una scelta di base, poiché la creazione di un’entità-fantoccio curda in Siria esclude i buoni rapporti con Ankara, e viceversa.
  Pier Francesco Zarcone

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Fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

martedì 13 febbraio 2018

RAPPORTI TRA SURREALISMO, ANARCHIA E PENSIERO LIBERTARIO - di Gianni Donaudi


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Una ventina di anni fa, l'intellettuale Pietro  Ferrua (http://ita.anarchopedia.org/Pietro_Ferrua), residente nel Ponente Ligure, dette alle stampe il breve ma denso  opuscolo "Surrealismo e Anarchismo" (la collaborazione dei Surrealisti al "Libertaire" e a "Le Monde Libertaire ") . Il libretto, stampato a cura delle Ed. Oasi di Bordighera di Vittorio Lelli, offrì un interessante spunto di documentazione sui rapporti  di André Breton (https://it.wikipedia.org/wiki/Andr%C3%A9_Bretone altri con l'ambiente libertario francese.

Il Ferrua (autore, tra l' altro di "Anarchici nella rivoluzione messicana " (La Fiaccola, Ragusa, 1976), di "Avanguardia Cinematografica Letterista (Tracce, Piombino, 1984 ) e del monumentale "Italo Calvino a Sanremo" (scritto in collaborazione con il compianto Moreno Marchi - 1951/1997 - per " Famija Sanremasca" , Sanremo 1991), descrisse i rapporti che "Unknow" ebbe con l' ambiente libertario francese. Rapporti a volte conflittuali e a volte di confronto.

Alcuni libertari erano anche Surrealisti e viceversa  anche se i Surrealisti venivano malvisti da quegli anarchici più prettamente politicizzati e meno "intellettuali", i quali rimproveravano ai Surrealisti stessi un "certo esoterismo", oltre alla convivenza surrealista con alcuni ambienti vicini a Trosky, che per essi restava sempre il macellaio dell'eccidio di Kronstadt.

Alcuni surrealisti tuttavia, tra cui lo stesso Breton, collaborarono alle due maggiori testate della Francia libertaria, nella lotta contro il lavoro salariato, la famiglia borghese e qualsiasi forma di statalismo (poco importa si trattasse di democrazia liberalborghese o di totalitarismo nazista o staliniano).

Prese di posizione vennero anche prese in comune nel 1956, in occasione dei fatti d' Ungheria, quando su "Le Monde libertaire" appare il Manifesto Surrealista del quale Breton paragona i rivoltosi ai Comunardi del 1871.

Alla morte di "Unknow", avvenuta nel 1966, "Le Monde Libertaire" pubblica "André Breton è morto. Aragon è vivo... è una duplice sventura per il pensiero onesto".

Alla morte di colui che teorizzava di "sparare in faccia ai passanti" (visti, nel suo immaginario, come uomini d'affari, industriali, banchieri e usurai parigini con la cartella sotto il braccio) il Movimento Surrealista subirà diverse scissioni (come in contemporanea accade col Situazionismo), tutte comunque di ispirazione libertaria.

Pietro Ferrua girò mezzo mondo, frequentando archivi, biblioteche, accademie italiane, francesi, americane, portoghesi, inglesi e brasiliane e dimostra che, a partire dagli anni '30, il Surrealismo non rimase circoscritto alla sola Francia, ma si estese in diversi paesi, tra cui la Spagna repubblicana...


Gianni Donaudi

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lunedì 12 febbraio 2018

Il governo degli incapaci... "Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur!"



"Roma. Il governo è a fine mandato ed in attesa di elezioni, nel frattempo si trastulla in banalità politiche... ed intanto Sagunto brucia". Tito Livio lo scrisse 2000 anni fa in una delle sue opere storiche, ricordando il dramma della città spagnola di Sagunto lasciata sola a difendersi dall’esercito di Annibale, nonostante gli innumerevoli appelli di soccorso richiesti agli alleati di Roma. Tito Livio ci racconta che il senato romano per interi mesi si trastullò in indicibili banalità senza decidere nulla, alla fine, dopo 8 mesi di battaglie strenue, Sagunto cadde e fu rasa al suolo dai cartaginesi.

Oggi il governo italiano, timoroso di prendere una chiara posizione, in qualsiasi senso,  pare voglia comportarsi come il senato di Roma di oltre 2000 anni fa….

Oltre ai fatti di sangue contro le donne,  che si susseguono nelle nostre strade, giornalmente qualche cittadino italiano si uccide, perché senza più lavoro.  Da una settimana all'altra apprendiamo di  imprenditori e lavoratori ridotti al lastrico e costretti ad albergare sulle panchine dei giardini pubblici. Sono circa un milione i giovani che sono fuggiti dall’Italia  per cercare una speranza di lavoro e di vita dignitosa fuori confine. 600mila i pensionati che sono andati a vivere all’estero dove con meno di 1000 euro al mese riescono a condurre una vita serena e dignitosa mentre in Italia avrebbero solo infoltito la schiera dei nuovi poveri.  L’ISTAT poi ci informa che i decessi ormai nel nostro Paese hanno da tempo superato abbondantemente le nascite, per cui oggi l’italiano è diventato un “mammifero in via d’estinzione”.

Sono anni che i cittadini italiani subiscono rapine,  furti ed aggressioni da criminali sia nostrani che d'importazione e se provano a difendersi finiscono anche in galera. Infine abbiamo la minaccia del terrorismo mascherato da profughi in "fuga dalle guerre" che  continuano  a sbarcare sulle nostre coste.

In tutto ciò il governo italiano si perde dietro a questioni che in questo momento rappresentano una grande perdita di tempo per il futuro dell’Italia e dei suoi abitanti.

Non sia però  l’egoismo di qualche nuovo aspirante parlamentare, che beneficerà di agevolazioni e stipendi da favola da far invidia ad altri parlamentari occidentali, a condizionare il futuro del nostro Paese. Ricordino questi signori che se verranno  eletti  non è per fare i loro interessi personali o di amici e di lobby varie, ma per ascoltare i reali problemi della gente e trovare rapide e risolutive soluzioni. Altrimenti...


Filippo Mariani 

sabato 10 febbraio 2018

Gianni Donaudi: "In memoria dell'amico Pino Balzano" (1948 / 1998)

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Nella metà di gennaio del 1998  a Napoli se ne andava l'amico  PINO BALZANO. Nato a Milano da padre partenopeo e madre emiliana (una Fornieri discendente del socialista umanitario francese Fournier), Pino si era trasferito  ancor bambino nella metropoli originaria del padre.
Ancora ragazzo fa riferimento  in una formazione europeista e appena ventenne sarà tra i principali redattori de "La Nazione Europea" (riduzione italiana della belga La Nation Europeenne) nei suoi ultimi numeri. N.E. stampa il suo ultimo numero nella primavera del 1970 dove viene tradotta in italiano l'intervista a Peron, che si dichiara d' accordo con Fidel Castro, con la Cina maoista e definisce il Che "il simbolo della Liberazione latino- americana " . 
All' interno del gruppo si guarda avanti con simpatie per la Nuova Sinistra, altri per i partiti laici, altri ancora per la "balena bianca".  Fino a quel momento gli interlocutori dell' area "europeista", all' interno della Sinistra sono sopratutto i gruppi " m. l. " , sopratutto il P.C.d' I. , dove infatti , prima di darsi alla clandestinità, approderà anche Renato Curcio proveniente dallo stesso ambiente.

Per Pino la sigla è indifferente. Importante è lavorare nella Sinistra rivoluzionaria (un suo paginone su ALDOUS HUXLEY apparirà su "Lotta Continua" del 123 febbraio 1980) e al contempo inizia una ricerca spirituale interiore con preferenze per il TAO di Lao Tse (e sull'argomento, nel 1986 scriverà un pezzo su "Il Manifesto" , quotidiano dove in un altro articolo sui Cicli Cosmici, tanto studiati da René Guenon, invita il quotidiano " gauchista" romano a confrontarsi con la c.d. "nuova destra" di Marco Tarchi, Franco Cardini, etc .).  Pino collabora anche al " Quotidiano dei Lavoratori" , organo di Democrazia Proletaria,  dove scrive, in due puntate un'analisi sul fascismo di "sinistra"  e finché esce non trascura qualche articolo per Fronte Popolare, organo del Movimento Lavoratori per il Socialismo.

Ma nei ritagli di tempo Pino non trascura la poesia (in lui sono evidenti gli influssi di Kerouç, Camus e Orwell ,  oltre a quelli di Pier Paolo Pasolini e ANCHE di Louis Fèrnand Cèline. Balzano stampa diversi libretti auto-prodotti e nel 1982, pubblica, insieme all'allora ottantenne GENNARO AMMENDOLA "I Poeti del vicolo", conducendo, al contempo, insieme ad altri un'inchiesta sui giovani, che verrà raccolta nel volume " I Rompiballe" della Sperling & Kupfer.

Nel 1991 inizia la pubblicazione della rivista "Nuove Angolazion i- Tempi Decisivi" che all'inizio esce come supplemento di " N.d.R. " , il cui direttore responsabile è quel ATTIGLIO WENDERLING, del Circolo"Intramegna" di piazza Bellini, già corrispondente da Napoli de "Il Manifesto" ed ex consorte di LUCIA ANNUNZIATA.
Dal 1994 direttore responsabile di "Nuove Angolazioni" sarà LUCIO MARTELLI di Bordighera, da tempo militante nel direttivo provinciale di Imperia di Rifondazione comunista, e anch'egli scomparso(2006) . 
Altri collaboratori di N.A. sono la sua compagna Rosetta, MARIO SEPE, lo stesso  LUCIO MARTELLI e GIANNI DONAUDI (allora residente a Torino e che per N.A. cura la redazione per il Piemonte e la Liguria). Anche la figlia di Pino, EVA,  scrive, a soli 14 anni, un simpatico articolo sulla figura del Rag. FANTOZZI ( ...uno di noi... lo definisce), mentre  LURA SEPE, figlia di Mario si occupa di musica giovanile. 
Sulla stessa rivista escono anche articoli di nostri amici, quali ALBERTO SORDI di La Spezia, MARIO CASTELLANO di Imperia, PIER LUIGI VERRUA di Torino, FRANCESCO MULé di Vallecrosia (IM) . La rivista stampa anche supplementi di poesia, con testi di TERESIO ZANINETTI, FRANCESCA VENTURA, KATIA DI STELLA, CLAUDIO VERIOL, LUIGI BETRONE, etc.

Il sogno di Pino era una società comunitaria, antiutilitarista( per questo seguiva con assiduità il M.A.U.S.S. francese di SERGE LATOUCHE) e solidale, magari meno edonistica ma che assicurasse il benessere a tutti, compresi molti diseredati ed esclusi nostrani e non solo quelli che provengono da fuori- Europa . 
Tra gli studiosi  contemporanei, le simpatie di PINO BALZANO andavano a MASSIMO CACCIARI, a MARCO REVELLI( con la sua visione comunitaria, molto spesso snobbata da larga parte della SX ), COSTANZO PREVE, LUCIANO CANFORA, DOMENICO LO SURDO e , in parte, ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA. 
L' originalità del pensiero di Pino non aveva la pretesa che ad ottenere tali risultati fosse una corrente o un'altra. L' importante era che gli uomini di buona volontà sentissero tale urgenza. NON importa chi fossero.
Per questo, oltre a pubblicare la sua rivista, Pino non si pose alcun problema a scrivere anche su un quotidiano  come " L' Umanità" (ex organo del P.S.D.I.), dove grazie alla sua amicizia col direttore Ugo e di altri collaboratori, riusciva a far passare le sue tesi, che contraddicevano estremamente con le posizioni filo- atlantiste, conservatrici e "moderate" che rispecchiavano la linea generale del quotidiano.

PINO BALZANO amava ridere, scherzare, ironizzare , mescolando la bonarietà napoletana con lo " h u m o r " dell' Emilia Romagna, terra di sua madre. Pino era anche un incallito tifoso del " Milan" (" per togliere la squadra all' egemonia berlusconiana"- si giustificava ...) . Sempre ironico (e a volte sarcastico, sopratutto nel vedere il rincretinimento di tante masse giovanili informate all' "a m e r i K a n    w a y      o f      l i f e ". Un processo già iniziato negli anni '50 e ben messo in evidenza da ALBERTO SORDI (il comico) nel film " UN AMERIKANO A ROMA " e, musicalmente da RENATO CAROSONE con " TU VUO FA' L'AMERICANO' . Due esempi che Pino citava spesso e volentieri....
Gianni Donaudi

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