venerdì 9 dicembre 2016

L'America del nord e del sud è pertinenza degli Stati Uniti e nessuno deve impicciarsi...


Risultati immagini per L'America del nord e del sud è pertinenza degli Stati Uniti
Correva l’anno 1823 quando James Monroe, 5° Presidente degli Stati Uniti d’America, enunciava la “dottrina” che da lui prenderà il nome (in realtà dovuta al suo ministro degli esteri John Adams). Secondo tale dottrina, gli Stati Uniti rivendicavano la piena supremazia sulle Americhe del Nord e del Sud, intimando alle potenze europee di non intervenire in quel’«emisfero», eccezion fatta per i territori coloniali che ancòra appartenessero loro. In realtà, poi, sarà tollerata soltanto la presenza dei cugini inglesi (dal Canada alle Malvine), mentre le altre potenze coloniali (Francia, Spagna, Portogallo) saranno direttamente o indirettamente estromesse dai loro possedimenti.
In ogni caso, all’epoca tutti erano concordi nel ritenere che la dottrina di Monroe fosse sostanzialmente una proposta di spartizione del mondo: l’America agli americani, e – come logico corollario – l’Europa agli europei. Libertà d’azione nel resto del mondo, pur con qualche binario preferenziale: l’Asia Orientale e il Pacifico per gli Stati Uniti, l’Asia Occidentale e l’Africa per le potenze europee.
Si andava avanti così per qualche decennio: il tempo necessario agli statunitensi per sbarazzarsi di alcune fastidiose presenze, soprattutto ai confini. Ultimo episodio: la guerra ispano-americana del 1898, al termine della quale gli Stati Uniti acquisivano Cuba (ufficialmente “indipendente”), il Portorico e – in Asia – le Filippine e l’isola di Guam.
Espulsa così la Spagna dal continente americano, si aveva per un momento l’impressione che USA e potenze europee si arroccassero nelle rispettive sfere d’influenza. Ma era soltanto un’impressione – appunto – perché già da qualche anno (dopo l’assassinio di Lincoln nel 1865) gli ambienti dellaCity londinese avevano cominciato a tessere la tela di un’intesa transoceanica che accomunasse gli Stati Uniti e il Regno Unito con i suoi Dominions: cementando così, dietro il paravento di un’alleanza etnica, gli interessi finanziari e mercantili del blocco anglosassone. Alcuni anni più tardi, il sudafricano (bianco) Jan Smuts battezzerà questo blocco “federazione britannica delle nazioni” e ne esalterà la funzione antieuropea: «Tenete presente che, dopo tutto, l’Europa non è così grande e non continuerà ad apparir tale in avvenire. (…) Non è l’Europa soltanto che dobbiamo prendere in considerazione, ma anche l’avvenire di quella grande confederazione di Stati alla quale noi tutti apparteniamo.»1
Il progetto di blocco anglosassone faceva un deciso passo avanti con le elezioni presidenziali del novembre 1912, quando il Partito Repubblicano – dominante fin dai tempi di Lincoln – si spaccava e presentava due forti candidature contrapposte (il presidente uscente William Taft e l’ex presidente Theodore Roosevelt), consentendo così all’outsider democratico Thomas Woodrow Wilson di essere eletto.
Wilson si insediava nel marzo 1913 e poneva subito mano ad un vasto programma di “riforme”, apparentemente positive. In realtà, tutta la sua frenetica attività riformista aveva come traguardo la privatizzazione del sistema bancario, allineando in tal modo gli USA al modello finanziario che dominava la politica inglese. Nel dicembre 1913 nasceva così la Federal Reserve, banca “centrale” che stava agli Stati Uniti d’America come la Bank of England dei Rotschild stava – fin dal 1694 – alla Gran Bretagna: entrambe possedute da soggetti privati, ed entrambe titolari del diritto esclusivo di battere la moneta nazionale e di prestarla ai rispettivi governi. [Cosa da tenere bene a mente – dirò per inciso – quando ci si interroga sull’origine della crisi economica dei nostri giorni.]
Con l’elezione di Wilson, dunque, il mondo degli affari e della finanza abbandonava il Partito Repubblicano e si collegava – strettamente – al Partito Democratico. E quel mondo scalpitava, smaniava per varcare i confini, per collegarsi con altri affaristi e con altri finanzieri, per espandersi ben al di là delle frontiere disegnate dalla dottrina di Monroe. Era una forma nuova di colonialismo, un colonialismo economico; che però non contendeva ai soci inglesi i tradizionali domìni afroasiatici, ma puntava piuttosto sul “mercato” più ricco, quello dell’Europa. Con una connotazione particolare: mentre il colonialismo europeo si rivolgeva verso paesi arretrati e quasi sempre privi di una compiuta struttura statale, il neo-colonialismo americano pretendeva di imporsi a paesi altamente civilizzati e sviluppati, paesi da cui erano partiti i coloni che avevano costruito gli Stati Uniti d’America. Erano i figli, arricchiti, che si rivoltavano contro i padri. [E anche di questo – dirò sempre per inciso – si dovrebbe tener conto quando ci si interroga su certe pulsioni obamiane per un trattato transatlantico di cosiddetto “libero scambio”.]
Naturalmente, non essendo le nazioni europee disposte a farsi colonizzare col sorriso sulle labbra, occorreva attendere l’occasione propizia per intervenire nel Vecchio Continente, per gettare sul piatto della bilancia il peso della potenza americana: potenza industriale e militare, ma soprattutto economica. E l’occasione si presentava presto: il 28 giugno 1914 avveniva l’attentato di Sarajevo, e un mese più tardi era sparato il primo colpo di cannone di quella che sarebbe diventata poi la Grande Guerra, la prima guerra mondiale.
Malgrado nella sua componente etnica maggioritaria (l’anglosassone) fosse naturalmente portata a simpatizzare con i cugini britannici, la popolazione americana non si discostava dal suo tradizionale atteggiamento verso gli affari europei: un isolazionismo “storico” profondamente radicato, che in tempo di guerra si traduceva in un neutralismo assoluto, tale da rasentare l’indifferenza. [Il solito inciso: come meravigliarsi del trionfo dell’isolazionismo con l’elezione di Trump?]
Viceversa, gli ambienti finanziari, industriali e mercantili erano legati mani e piedi con i corrispondenti britannici, che rifornivano con continue, massicce spedizioni via mare. Il loro preciso interesse era non soltanto la vittoria di Londra, ma anche – in prospettiva – la penetrazione nei mercati europei, che solo quella vittoria avrebbe potuto propiziare.
Il presidente Wilson, almeno ufficialmente, sembrava saldamente attestato su posizioni non-interventiste. In realtà, era più che favorevole ad un intervento americano nella guerra europea. Aveva tuttavia le mani legate dalle nuove elezioni presidenziali, che si avvicinavano rapidamente. Stante il neutralismo viscerale dell’elettorato statunitense, poteva essere rieletto solamente se avesse dato l’impressione o, meglio, la certezza di mantenere gli Stati Uniti lontani dalla guerra europea.
Anche dopo aver ottenuto la rielezione (novembre 1916) Wilson non poteva mutare di una virgola la sua linea diplomatica: gli americani continuavano ad essere contrarissimi ad ogni pur remota ipotesi di intervento, e il Presidente non poteva certo procedere nella direzione opposta.
Ci pensavano i tedeschi, tuttavia, ad offrire su un piatto d’argento la scusa che avrebbe consentito a Woodrow Wilson di decidere l’intervento. Con l’aumentare dei rifornimenti dell’industria statunitense all’Inghilterra, infatti, aumentavano anche i siluramenti del naviglio mercantile americano, con relative perdite umane. I tedeschi avrebbero potuto ottenere il medesimo risultato fermando le navi americane e, magari, sequestrandole. Invece, preferivano silurare e colare a picco i natanti. Non si rendevano conto (e non se ne renderanno conto neanche durante la seconda guerra mondiale) che i comportamenti brutali provocano la riprovazione e l’ostilità generale, ancorché tali comportamenti fossero stati determinati da “provocazioni” del nemico.
Il casus belli si aveva il 19 marzo 1917, con l’affondamento del cargo “Vigilantia” con tutto il suo equipaggio. L’indignazione dell’opinione pubblica statunitense era fortissima, e Woodrow Wilson poteva così chiedere al Congresso di votare l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Cosa che avveniva il 6 aprile.
La strada per conquistare la “libertà dei commerci” era finalmente aperta. Bisognava però rassicurare gli europei (amici, nemici e neutrali), convincerli che l’invio delle armate americane nel Vecchio Continente non celava alcun proposito colonialista, ma era soltanto frutto di generosità, di propensione alla beneficenza su scala planetaria. Ecco, perciò, il ricorso ad un alibi ideologico: non per sete di potere gli USA mandavano i loro soldati oltreatlantico, ma per difendere la democrazia; non per trarne vantaggi economici, ma per liberare le popolazioni. [Refrain poi ossessivamente ripetuto in tutte le guerre americane, dal secondo conflitto mondiale alla distruzione della Libia.]
Wilson tracciava per sé stesso il profilo moralistico di un grande capo che portava la sua nazione alla guerra non già per biechi motivi di cassetta, bensì per difendere i più alti ideali di libertà, di democrazia, di giustizia, di progresso, di prosperità, di pace tra le nazioni e di autodeterminazione dei popoli. Da qui, la necessità di ideologizzare la scelta bellicista, dipingendola come un intervento per riparare i torti imposti alle nazioni dai “cattivi” di turno, quasi come la trasposizione di un film “western” su tutta intera la scena mondiale.
Il Presidente era bravissimo nell’ammantare di nobili ideali una scelta chiaramente utilitarista. Coniava alcuni slogan di sicuro impatto – «la guerra per por fine alle guerre» o ancòra «rendere sicuro il mondo per la democrazia» – e si spingeva fino a tratteggiare un panorama idilliaco per il dopoguerra: «né annessioni, né contribuzioni, né indennità di guerra».2 Non avverrà nulla di tutto questo. Anzi, le annessioni, le contribuzioni e le indennità di guerra – applicate in modo spropositato a pro di Londra, Parigi e rispettiviclientes – contribuiranno in modo decisivo a rendere insicuro il mondo per la democrazia ed a preparare il terreno per lo scoppio di nuove guerre. E ciò, con l’aggravante di un atteggiamento che varierà stridentemente da soggetto a soggetto: costringendo – per esempio – l’Italia a rinunziare a Fiume, e consentendo nel contempo alla Francia di mutilare impietosamente la Germania, o all’Inghilterra di tentare di cancellare la Turchia dalla carta geografica. Il tutto, coronato da una robusta pennellata di sussiego e di spocchia da nuovo ricco, da novello padrone del mondo che detta benignamente ai sudditi le regole di una civile convivenza.
Tutto ciò era compreso e condensato in un vero e proprio manifesto ideologico dell’interventismo statunitense, passato alla storia come «I Quattordici Punti di Wilson». Era un “messaggio al Congresso” con cui il Presidente tentava di indorare la pillola dell’intervento; intervento che – malgrado l’imbecille comportamento tedesco avesse indignato gli americani – continuava a suscitare dubbi e perplessità, sia nell’opinione pubblica nazionale che in molti settori del Congresso. Ma i Quattordici Punti – al tempo stesso – erano anche una sorta di messaggio alle cancellerie del mondo intero, per fissare fin dall’inizio quelli che erano i dettami della pax americana, cui tutti – vincitori e vinti – avrebbero dovuto uniformarsi.
Il pistolotto iniziale era un esercizio di inventiva giustificazionista dell’intervento, basato interamente sulle affermazioni di principio (bugiarde) di cui si è già detto: «Noi siamo entrati in questa guerra perché si erano prodotte delle violazioni del diritto che ci toccavano nel vivo e che rendevano impossibile la vita del nostro popolo, a meno che non fossero sanate ed il mondo non fosse una volta per tutte posto al riparo dal pericolo di un loro ritorno. Ciò che noi esigiamo da questa guerra non è dunque nulla di particolare per noi stessi. Ciò che noi vogliamo è che il mondo divenga un luogo sicuro ove tutti possano vivere, un luogo possibile per tutte le nazioni desiderose di pace, per tutte le nazioni che desiderino vivere liberamente la propria vita, decidere le proprie istituzioni, essere certe d’esser trattate con giustizia e lealtà dalle altre nazioni, invece di essere esposte alle violenze e alle aggressioni. Tutti i popoli del mondo sono in effetti solidali in questo supremo interesse; e per quanto ci riguarda noi vediamo chiarissimamente che, se la giustizia non è resa agli altri, non potrà essere resa a noi stessi. Il nostro programma è dunque il programma della pace nel mondo.»
Ma, quando si passava a dettagliare «il programma della pace nel mondo», ecco che dalle enunciazioni fumose si passava a concreti e arroganti diktat, che prefiguravano il futuro che a Washington (e a Londra) era stato stabilito per le singole nazioni europee. Con l’avvertenza che quel programma era «il solo programma possibile».
All’Italia era dedicato il punto 9: «Deve essere attuata una revisione dei confini dell'Italia, sulla base della facilmente riconoscibile frontiera etnografica.» Più tardi vedremo come «la facilmente riconoscibile frontiera etnografica» fosse, in realtà, il meccanismo che doveva impedire il raggiungimento dei nostri obiettivi, lasciando migliaia e migliaia di nostri connazionali sotto la sovranità jugoslava.
Ma, al di là dell’arroganza con cui si fissava il destino dei singoli paesi europei, ad essere particolarmente significativo era un punto di carattere generale, il numero 3:«Soppressione, fino al limite estremo del possibile, di tutte le barriere economiche, e creazione di condizioni di parità nei riguardi degli scambi commerciali fra tutti i paesi che aderiranno alla pace e si uniranno per il mantenimento di essa.»3
Il solo programma possibile per la pace del mondo, dunque, era l’abolizione delle barriere economiche, dei “muri” del Vecchio Continente, al solo scopo di favorire il dilagare della produzione e dei capitali americani in Europa. Era l’anticipazione di quella che, un secolo più tardi, si sarebbe chiamata “globalizzazione”.
[Inciso finale: Le recenti elezioni presidenziali americane hanno segnato la sconfitta dei sostenitori dei “liberi commerci” (la cordata Obama-Clinton) e la vittoria della tendenza isolazionista (Trump). È troppo presto per affermare che gli Stati Uniti abbiano definitivamente cambiato rotta, ma è innegabile che questo risultato sia stato un forte segnale di discontinuità.]

Michele Rallo


1 Jan Christian SMUTS: La Federazione Britannica delle Nazioni. Discorso del generale Smuts tenuto a Londra il 15 maggio 1917. Istituto Italo-Britannico, Roma, 1917.

2 Thomas Woodrow WILSON: Le Président Wilson, la guerre, la paix. Recueil des déclarations du Président des Etats-Unis d’Amérique sur la guerre et la paix. 20 décembre 1916 - 6 avril 1918. Librairie Berger-Levrault, Parigi, 1918.

3 WILSON: Le Président Wilson, la guerre, la paix. Cit.

martedì 6 dicembre 2016

L'antipapa Bergoglio, il defenestratore, in procinto di essere defenestrato


Risultati immagini per antipapa bergoglio
Si è chiuso, senza gloria né echi, il Giubileo straordinario della Misericordia indetto da papa Jorge Mario: il buon senso avrebbe consigliato al pontefice una pausa per riflettere sul sostanziale fallimento dell’Anno Santo. Il papa, invece, ha moltiplicato gli sforzi per blindare la svolta modernista impressa alla Chiesa: nuova creazione di cardinali a lui fedeli e concessione a tutti i sacerdoti della facoltà di assolvere l’aborto. Forse Bergoglio ha fretta, perché sa che il contesto internazionale che lo ha portato sul Soglio Petrino si è dissolto con l’elezione di Donald Trump. Breve indagine su come l’amministrazione Obama e George Soros hanno introdotto il gesuita argentino, in forte odore di massoneria, dentro le mura leonine.

Jorge Mario Bergoglio? La versione petrina di Barack Hussein Obama

Cesaropapismo: “sistema di relazioni tra Stato e Chiesa, vigente nell’Impero romano d’Oriente e nella Russia degli zar, in virtù del quale il potere civile estendeva la propria competenza al campo religioso anche nei suoi problemi disciplinari e teologici” è la definizione data dell’Enciclopedia Treccani.
L’intervento dello Stato sugli affari religiosi, così da plasmare la Chiesa e la dottrina secondo le esigenze del potere temporale, è davvero circoscritto solo all’impero bizantino e, per riflesso, al mondo ortodosso? Il cesaropapismo è davvero estraneo all’Occidente moderno?
La maggior parte dei cattolici, collegando lo Stato autonomo del Vaticano al concetto di indipendenza, risponderebbero di sì: sono la gerarchia della Chiesa, ed in particolare il Vicario di Cristo in terra, a garantire la corretta osservanza della dottrina, senza che nessun potere esterno interferisca. Una minoranza di cattolici, più smaliziata (per non usare il termine “machiavellico”, che ha acquistato nei secoli una pessima connotazione), è invece consapevole che la Chiesa di Roma subisce, dalla notte dei tempi, gli influssi del mondo esterno: re francesi, imperatori tedeschi, generali corsi e dittatori italiani hanno sempre cercato di ritagliarsi una Chiesa su misura.
È una realtà più vera che mai dal secondo dopoguerra: il Vaticano, inglobato come il resto dell’Europa Occidentale nell’impero angloamericano, finisce inesorabilmente col subirne l’influenza politica, economica ed ideologica. Quanto avviene alla Casa Bianca, presto o tardi, si ripercuote dentro le mura leonine.
Se il potere temporale si sente poi particolarmente forte, se ha fretta di attuare la propria agenda e sa di poterla imporre con facilità alla Chiesa cattolica, indebolita da decenni di secolarizzazione della società ed in preda ad una profonda crisi d’identità, bé, allora, perché adeguarsi ai tempi dello Stato pontificio, che scorrono placidi come in tutte le monarchie? 
Conclave, fumata bianca, regno del pontefice, morte, conclave, etc. etc., in perpetuum? Non si potrebbe spingere a fondo “la modernizzazione” dello Stato pontificio (termine quasi blasfemo sino al Concilio Vaticano II), cosicché il papa “si dimetta”, come un amministratore delegato qualsiasi, e gli azionisti di maggioranza possano nominare un nuovo “chief executive officer”della Chiesa cattolica apostolica romana, sensibile ai loro interessi?
Durante la folle amministrazione di Barack Hussein Obama, periodo durante cui l’oligarchia euro-atlantica si è manifestata in tutte le sue forme, dal terrorismo islamico all’immigrazione selvaggia, dagli assalti finanziari alle guerre per procura alla Russia, abbiamo assistito a tutto: comprese le dimissioni di papa Benedetto XVI, le prime da oltre 600 anni (l’ultimo pontefice ad abdicare fu Gregorio XII nel 1415), ed alla nascita di un ruolo, quello di “pontefix emeritus”, sinora mai attribuito ad un Vicario di Cristo vivente.
L’interruzione del pontificato di Joseph Ratzinger, seguita dal conclave del marzo 2013 che elegge l’argentino Jorge Mario Bergoglio, è una vera e propria “rivoluzione” per la Chiesa Cattolica, facilmente intellegibile a credenti ed atei: ad un pontefice “conservatore” come Benedetto XVI ne succede uno “progressista” come Francesco, ad un difensore dell‘ortodossia cattolica succede un modernista che vuole “rinnovare” la dottrina millenaria della Chiesa, ad un papa che aveva ribadito l’inconciliabilità tra Chiesa Cattolica e massoneria1 ne subentra uno che è in fortissimo odore di libera muratoriaad un pontefice sicuro che solo nella Chiesa di Cristo c’è la salvezza segue un paladino dell’ecumenismo, talmente ardito da osare l’impensabile: “non esiste un Dio cattolico, esiste Dio” afferma ad Eugenio Scalfari nel 2013.
Il Fondatore de La Repubblicaben introdotto negli ambienti “illuminati” nostrani ed internazionali, è in effetti un’ottima cartina di tornasole per afferrare il mutamento in seno alla Chiesa: si passa dall’editoriale “Da Pacelli a Ratzinger, la lunga crisi della Chiesa2 del maggio 2012, dove Scalfari ragiona a distanza sul pontificato “lezioso” di Ratzinger, rinfacciandogli una scarsa apertura alla modernità, a Lutero ed all’ecumenismo, al dialogo tête-à-tête del novembre 2016, dove Scalfari discetta amabilmente con Bergoglio di “meticciato universale”, tema tanto caro alla massoneria3.
Jorge Mario Bergoglio è, per usare una definizione sintetica, la versione petrina di Barack Hussein Obama. Si potrebbe sostenere che sia stato il presidente americano ad installare il gesuita ai vertici della Chiesa, ma sarebbe un’affermazione soltanto verosimile. Come vedremo tra breve, infatti, sono gli stessi ambienti che hanno appoggiato Barack Obama (e che avevano investito tutto su Hillary Clinton nelle ultime elezioni) ad aver preparato il terreno su cui è germogliato il pontificato di Bergoglio. È il milieu, per non tenere i lettori sulle spine, della finanza angloamericana, di George Soros e dell’establishment anglofono liberal.
Se si riflette sugli ultimi tre anni di pontificato, l’azione del papa sembra infatti ricalcata sull’amministrazione democratica. Obama si fa il paladino della lotta al surriscaldamento globale, culminata col Trattato di Parigi del dicembre 2015? Bergoglio risponde con l’enciclica ambientalista “Laudato si”. Obama ed i suoi ascari europei, Merkel e Renzi in testa, incentivano l’immigrazione di massa? Bergoglio ne fornisce la copertura religiosa, finendo col dedicare la maggior parte del pontificato al tema. Obama legalizza i matrimoni omosessuali? Bergoglio si spende al massimo affinché il Sinodo sulla famiglia del 2014 si spinga in questa direzione. Obama vara una discussa riforma sanitaria che incentiva l’uso di farmaci abortivi? Bergoglio allarga all’intera platea di sacerdoti, anziché ai soli vescovi, la facoltà di assolvere dall’aborto.
Come è stato possibile insediare in Vaticano un pontefice che fosse in perfetta sintonia con l’amministrazione democratica di Obama e, sopratutto, espressione degli interessi massonici-finanziari retrostanti?
Ebbene, cercheremo di fornire una riposta al quesito col presente articolo.
Alcuni, specie i cattolici più sanguigni, vedono nella caduta di Ratzinger e nella nomina di Bergoglio nient’altro che l’azione del demonio: l’avvento, secondo alcuni, addirittura di quel papa nero che secondo la profezia di Nostradamus spalancherà le porte dell’ApocalisseNoi, abituati a vivisezionare il potere (sovente “demoniaco”, questo sì) con criteri scientifici, adotteremo però il solito approccio storico-deterministico, cercando i principi di causa-effetto che hanno portato alla caduta di Ratzinger prima, ed all’ascesa al soglio petrino di Bergoglio poi.
Se, malauguratamente, nella nostra ricerca ci dovessimo imbattere in forze demoniache, bé, possiamo solo sperare che la Provvidenza ci protegga.
Ora. Il primo passo in questi casi è, come sempre, sbarazzarsi della vecchia gerarchia, il maggiore intralcio per l’insediamento di quelle nuove figure su cui il Potere scommette tutto: è una dinamica già vista in Italia con Tangentopoli, che spazzò via la vecchia classe dirigente italiana spianando la strada ai governi “europeisti” di Amato, Prodi, etc.; già vista in Germania con la Tangentopoli tedesca che decapitò la CDU e favorì l’emergere della semi-sconosciuta Angela Merkel; già vista a Firenze con lo scandalo urbanistico sull’area Castello che eliminò l’assessore-sceriffo Graziano Cioni ed avviò la scalata al potere di Matteo Renzi; già vista in Brasile con lo scandalo Petrobas che ha causato la caduta di Dilma Rousseff e la nomina a presidente del massone Michel Temer; etc. etc.
Accuse di corruzione (fondate o non), illazioni infamanti, minacce, sinistre allusioni, carcerazioni preventive, battage della stampa, false testimonianze, omicidi: qualsiasi mezzo è impiegato per “scalzare” i vecchi vertici indesiderati. Nel nostro caso, l’obiettivo sono il papa Joseph Ratzinger ed il suo seguito di cardinali conservatori, da defenestrare a qualsiasi costo per l’avvento di un pontefice modernista, il gesuita Jorge Mario Bergoglio.

Vatileaks & Co: come defenestrare un papa

Tracciamo quindi una breve cronologia ragionata dei fatti che portarono alla clamorosa rinuncia di Ratzinger al Soglio Petrino nel febbraio 2013 ed alla nomina a vescovo di Roma del gesuita Bergoglio.
Aprile 2009: Barack Obama si è insediato alla Casa Bianca da appena tre mesi e con lui quell’oligarchia liberal decisa a sbarazzarsi di Benedetto XVI. In Italia esce Vaticano S.p.A., un libro che “grazie all’accesso, quasi casuale, a un archivio sterminato di documenti ufficiali, spiega per la prima volta il ruolo dello IOR nella prima e nella seconda Repubblica4mafia, massoneria, Vaticano e parti deviate dello Stato sono il mix di questo bestseller che apre la campagna di fango ed intimidazione contro Ratzinger.
L’autore del libro è Gianluigi Nuzzi che, particolare molto interessante ai fini della nostra analisi, è uno dei pochi giornalisti italiani ad essere in stretti rapporti con il solitamente schivo Gianroberto CasaleggioNuzzi ottiene nel 2013 dal guru del M5S una lunga intervista5 e, tre anni dopo, partecipa alle sue esequie a Milano.
nuzzi
È quindi lecito supporre che Nuzzi, penna de Il Giornale, Libero ed il Corriere della Sera, confezioni “Vaticano S.p.a” ed il successivo bestseller “Vatileaks”, avvalendosi delle fonti passategli dagli stessi ambienti che si nascondo dietro Gianroberto Casaleggio ed il M5S: i servizi atlantici e, in particolare, quelli britannici che storicamente vivono in simbiosi con la massoneria.
Biennio 2010-2011: sono due anni durissimi per il pontificato di Ratzinger, assalito da ogni lato dalle inchieste sulla pedofilia, il tallone d’Achille della Chiesa cattolica su cui l’oligarchia atlantica può colpire con facilità, infliggendo ingenti danni. “Scandalo pedofilia, il 2010 è stato l’annus horribilis della Chiesa cattolica” scrive nel gennaio 2011 il Fatto Quotidiano6. È lo stesso periodo in cui l’argentino Luis Moreno Ocampo, primo Procuratore capo della Corte Penale Internazionale ed ex-consulente della Banca Mondiale, valuta se accusare il pontefice Ratzinger di crimini contro l’umanità, imputandogli i “delitti commessi contro milioni di bambini nellmani di preti e suore ed orchestrati dal papa7.
Anno 2012: disponiamo oggi (dopo le rivelazioni di Wikileaks dello scorso ottobre) di un importante documento risalente al suddetto anno, indispensabile per capire le trame che portano alla caduta di Ratzinger ed all’ascesa nel “modernista” Bergoglio. È infatti il febbraio 2012 quando John Podesta scrive a Sandy Newman un’email intitolata: “opening for a Catholic Spring? just musing…” ossia “Preparare una Primavera cattolica? Qualche riflessione…”. Chi sono i due uomini?
Podesta, finito recentemente alla ribalta nella veste di presidente della campagna elettorale di Hillary Clinton, è un papavero dell’establishment liberal: già Capo di gabinetto della Casa Bianca ai tempi di Bill Clinton, Podesta è anche fondatore del pensatoio Center for American Progress,di cui uno dei principali donatori è lo speculatore George Soros. Sandy Newman è invece una figura più defilata, ma non per questo meno importante (o forse addirittura più importante?) di Podesta: è dirigente e fondatore di alcune associazioni progressiste8 (Voices for Progress, Project VOTE!, Fight Crime: Invest in Kids) e attraverso i suoi programmi si fa le ossa nel 1992,fresco di dottorato, nientemeno che Barack Hussein Obama.
Cosa si dicono Podesta e Newman in questo prezioso scambio di email? Riportiamone uno stralcio9:
“Newman: There needs to be a Catholic Spring, in which Catholics themselves demand the end of a middle ages dictatorship and the beginning of a little democracy and respect for gender equality in the Catholic church. (…) Podesta: We created Catholics in Alliance for the Common Good to organize for a moment like this. But I think it lacks the leadership to do so now. Likewise Catholics United. Like most Spring movements, I think this one will have to be bottom up”.
Negli ambienti anglosassoni liberal, gli stessi dove si discute da anni della necessità di unConcilio Vaticano III che apra a omosessuali, aborto e contraccezione (“The World Needs a New Vatican Council” scrive nel 2010 un membro del sullodato Center for American Progress10), si parla quindi apertamente di una Primavera Cattolica, che ponga fine alla dittatura medioevale della Chiesa, sulla falsariga della Primavera Araba che ha appena sconquassato il Medio Oriente. “Come tutti le Primavere” dice Podesta, “anche questo movimento deve andare dal basso verso l’alto.” L’obiettivo dell’oligarchia atlantica è quindi il vertice della Chiesa, il conservatore Joseph Ratzinger? La risposta, considerati gli sviluppi successivi, è sì.
Di lì a poche settimane, parte infatti la manovra a tenaglia che nell’arco di una decina di mesi porterà alla clamorose dimissioni di Benedetto XVI: è il cosiddetto Vatileaks, una furiosa campagna mediatica che attaccando su più fronti (IOR, abusi sessuali, lotte di palazzo, la controversa gestione della Segreteria di Stato da parte del cardinale Bertone, etc. etc.) infligge il colpo di grazia al già traballante pontificato del conservatore Ratzinger, dipinto come “troppo debole per guidare la Chiesa”. Esula dalla nostro articolo l’analisi della contorta e complessa vicenda del “Vatileaks”: quello che ci preme sottolineare è come l’intero scandalo poggi sulla fuga di notizie, un’attività che dalla notte dei tempi è svolta dai servizi segreti.
Notizie trafugate sono quelle che consentono al solito Gianluigi Nuzzi di confezionare il secondo bestseller, il libro-terremoto che esce nel maggio 2012: “Sua Santità. Le carte segrete di Benedetto XVI”, poi tradotto in inglese dalla Casaleggio Associati con l’emblematico titolo “Ratzinger was afraid: The secret documents, the money and the scandals that overwhelmed the pope”. Chi è la fonte di Nuzzi, il cosiddetto “corvo”? Come nel più banale dei racconti gialli, è il maggiordomo, quel Paolo Gabriele che funge da capro espiatorio per una macchinazione ben più complessa.
Notizie trafugate sono quelle che compaiono sul Fatto Quotidiano11, utili a dimostrare che lo IOR, gestito da Ettore Gotti Tedeschi“non ha alcuna intenzione di attuare gli impegni assunti in sede europea per aderire agli standard del Comitato per la valutazione di misure contro il riciclaggio di capitali e non ha alcuna intenzione di permettere alle autorità antiriciclaggio vaticane e italiane di guardare cosa è accaduto nei conti dello IOR prima dell’aprile 2011”. Gotti Tedeschi verrà brutalmente licenziato dallo IOR il 25 maggio, lo stesso giorno dell’arresto del maggiordomo Gabriele, così da alimentare il sospetto che i “corvi” siano ovunque, anche ai vertici dello IOR, Gotti Tedeschi compreso.
Notizie trafugate, infine, sono gli stralci pubblicati da Concita De Gregorio su La Repubblica e Ignazio Ingrao su Panorama nel febbraio 2013, estrapolati da un presunto dossier segreto e concernenti una fantomatica “lobby omosessuale in Vaticano”: sarebbe la gravità di questo documento, secondo le ricostruzione della stampa, ad aver convinto Ratzinger alle dimissioni12.
Si arriva così all’11 febbraio 2013: durante un concistoro per la canonizzazione di alcuni santi, Benedetto XVI, visibilmente affaticato, comunica in latino la clamorosa rinuncia al Soglio Petrino13. Il papa fu costretto alle dimissioni sotto ricatto? Era effettivamente spaventato?
Ratzinger ha recentemente ribadito che quella drammatica scelta “non si è trattata di una ritirata sotto la pressione degli eventi o di una fuga per l’incapacità di farvi fronte: nessuno ha cercato di ricattarmi”.14 Ratzinger affermò, l’11 febbraio 2013, di non essere più sicuro delle sueforze nell’esercizio del ministero petrino”: è in questo senso di insicurezza che, probabilmente, va cercata la vera ragione della rinuncia di Benedetto XVI. Fiaccato da tre anni di attacchi mediatici, piegato dallo scandalo Vatileaks, il teologo Ratzinger, da sempre poco risoluto (“Un mio punto debole è forse la poca risolutezza nel governare e prendere decisioni”) ed ormai 86enne, non vede altra soluzione che le dimissioni. Altri, dotati di una tempra più robusta, avrebbero forse combattuto fino in fondo.
Le disgrazie del “conservatore” Ratzinger ed il massiccio cannoneggiamento che ha indebolito i settori della Chiesa a lui fedeli, spianano così la strada ad un papa modernista, che attui quella “Primavera cattolica” tanto agognata dall’establishment angloamericano.
Il Conclave del marzo 2013 (durante cui, secondo il giornalista Antonio Socci, si verificano gravi irregolarità che avrebbero potuto e dovuto invalidarne l’esito15), sceglie così come vescovo di Roma l’argentino Jorge Mario Bergoglio: primo gesuita a varcare il soglio pontificio, dai trascorsi un po’ ambigui ai tempi della dittatura argentina16 (la ricattabilità è un tratto salienti dei burattini atlantici, da Angela Merkel a Matteo Renzi), il nuovo vescovo di Roma è salutato con gioia dalla massoneria argentina17, da quella italiana18, e dalla potente loggia ebraica del B’nai B’rith che presenzia al suo insediamento19.
Lo stesso Bergoglio è un libero muratore? Più di un elemento di carattere dottrinario, dal diniego che “Dio sia cattolico” all’ossessivo accento sull’ecumenismo, fanno supporre di sì: il capo della Chiesa Cattolica apostolica romana potrebbe essere, in realtà, seguace del deismo massonico.
Ma è soprattutto l’amministrazione democratica di Barack Obama e quella cricca di banchieri liberal ed anglofoni che la sostengono, a rallegrarsi per il nuovo papa: Bergoglio è il pontefice che attua nel limite del possibile quella “Primavera Cattolica” tanto agognata (matrimoni omosessuali, aborto e contraccezione), è il pontefice che sposa la causa ambientalista, è il pontefice che fornisce una base ideologica all’immigrazione indiscriminata, è il pontefice che sdogana Lutero e la riforma protestante, è il pontefice che sostanzialmente tace sulla pulizia etnica in Medio Oriente ai danni dei cristiani per mano di quell’ISIS, dietro cui si nascondono quegli stessi poteri (USA, GB ed Israele) che lo hanno introdotto dentro le mura leonine. È il pontefice, il primo ad aver “l’onore” di parlare al Congresso degli Stati Uniti d’America durante la visita del settembre 2015, che si prodiga per sedare i malumori nel mondo cattolico americano contro la riforma sanitaria Obamacare.
L’ultimo clamoroso intervento di Bergoglio a favore dell’establishment atlantico risale al febbraio 2016, quando il pontefice etichettò come “non cristiana” la politica anti-immigrazione di Donald Trump: c’era, certo, dietro questo incauto intervento il desiderio di sdebitarsi con quel mondo cui il pontefice argentino deve tutto, ma c’era anche la volontà di mettere al riparo, se non il suo pontificato (che sarebbe troppo meschino), perlomeno la sua opera di “modernizzazione” della Chiesa. La vittoria di Hillary Clinton, la candidata di George Soros e dell’oligarchia euro-atlantica, era infatti la conditio sine qua non perché la “Primavera Cattolica” di Bergoglio potesse continuare: al contrario, la sua sconfitta ha smantellato quel contesto geopolitico su cui Bergoglio ha edificato la traballante riforma progressista della Chiesa.
Come François Hollande, come Angela Merkel e come Matteo Renzi, Jorge Mario Bergoglio, benché vescovo di Roma, oggi non è altro che il residuato di un’epoca archiviata: un figurante senza più copione, fermo sul palco, ammutolito ed estraniato, in attesa che cali il sipario.
C’è stato da parte di Bergoglio un ultimo sussulto per blindare la sua opera: il conferimento a tutti i sacerdoti della facoltà di assolvere dal peccato dell’aborto ed una terza infornata di cardinali (più di un terzo del collegio cardinalizio è ora formato da prelati a lui fedeli), così da imprimere un connotato “liberal” anche al futuro della Chiesa di Roma. Ma è ormai troppo tardi. 
La ribellione dentro la Chiesa alla sua “Primavera Cattolica” è iniziata (quattro cardinali hanno di recente sollevato gravi contestazioni al documento Amoris Laetitiae con cui Bergoglio ha chiuso i lavori del Sinodo sulla Famiglia, contestazioni cui il pontefice non ha ancora risposto) ed alla Casa Bianca non c’è più nessuno a proteggerlo. Anzi, c’è un presidente in pectore che, forte del voto della maggioranza dei cattolici americani, ne gradirebbe forse le dimissioni sulla falsariga di Benedetto XVILa fine per Jorge Mario Bergoglio dunque si avvicina: molti uomini hanno già espresso un giudizio sul suo operato, Dio esprimerà il suo.
Twitter: @FedericoDezzani

Riferimenti: 
Classico esempio di ecumenismo di stampo massonico.