sabato 21 gennaio 2017

Questione "migranti", senza peli sulla lingua...


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Sulla questione dei "migranti", bisogna innanzitutto esaminare le cause del fenomeno che sono a monte di queste tragedie.

Una  parte di coloro che si mettono in cammino fuggono da paesi in guerra che i governi occidentali hanno messo a ferro e fuoco (Afghanistan, Siria, Libia, Iraq, Somalia, Sudan, ecc.) mediante guerre dirette o indirette, o paesi sottoposti a sanzioni (Siria, Eritrea, ecc.), o paesi devastati dallo sfruttamento neo-coloniale e colpi di stato indotti dall'esterno (ad es. paesi dell'Africa Occidentale ex-francese), o paesi dell'Est Europa devastati dall'ondata liberista (la popolazione rumena è diminuita di vari milioni dall'epoca di Ceaucescu, mentre la disoccupazione, inesistente all'epoca del tanto deprecato Ceaucescu, è giunta a livelli che sfiorano il 50%).
 
Penso che molti cittadini, se stessero decentemente nel proprio paese, non avrebbero voglia di emigrare. Ecco dove l'analisi internazionale ci aiuta a interpretare i fenomeni al di là di facili emozioni (magari abilmente indotte da chi ha interesse a farlo).

Penso anche che la demagogia della Merkel e di certa parte dell'ex "sinistra" europea ("venite tutti, c'è posto per tutti, ecc.") sia direttamente causa di naufragi, affogamenti e morti per gelo. Molti si mettono in marcia affrontando deserti, mare in burrasca, scafisti e trafficanti che li sfruttano e derubano, perché falsamente convinti da questa demagogia di trovare il paese di bengodi e di poter sfruttare il tanto decantato stato sociale europeo. La realtà è diversa. 

Lo stato sociale europeo è in crisi. Se non abbiamo nemmeno i fondi per dotare l'Abruzzo delle turbine da neve, o per frenare il livello di disoccupazione, sotto-occupazione e povertà crescente, dove trovare i fondi per inserire utilmente i migranti?

La verità è che molti finiranno nei campi di concentramento, o per strada a delinquere o ad arrangiarsi con lavoretti marginali, o saranno espulsi.

Non bisognerebbe nemmeno gettare la croce sui cattivoni come Orban, che elevano muri. Certi paesi non particolarmente ricchi, come la Serbia, l'Ungheria, la Grecia, devono affrontare le conseguenze di un rapporto migranti/popolazione locale ben più alto di quello esistente in paesi più ricchi come la Germania o la Francia.

Inoltre andrebbe approfondito l'effetto destabilizzante anche voluto da parte di chi ricatta l'Europa con l'ondata migratoria (vedi la Turchia o l'opposizione armata siriana), o di chi tende ad indebolire la concorrenza (dietro ci sono anche gli USA).

Forse, nell'interesse stesso dei migranti, varrebbe la pena non fare della facile demagogia, atta a creare facili emozioni, ma fare un'analisi approfondita di chi abbia realmente diritto d'asilo e di chi possa essere utilmente inserito nelle nostre economie. In questo caso si potrebbero andare a prendere le persone interessate direttamente oltre mare e oltre confine, evitando i pericolosi viaggi dell'illusione e della disperazione.

Ne riparleremo con più calma, ma devo dire che la demagogia ipocrita pro-migranti dell'ex-"sinistra" divenuta guerrafondaia, e quindi responsabile del fenomeno, mi ha disgustato. Molto meglio, ad es. , la posizione più sfumata dei 5 Stelle....  

Enzo Brandi

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venerdì 20 gennaio 2017

ISIS e proteste anti Trump... stesso mandato stesso mandante


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"Molte delle celebrità che dicono di non andare (all’insediamento) non erano mai state invitate. Non voglio le celebrità, voglio il popolo, è lì che abbiamo le più grandi celebrità”. (Donald Trump)

“E’ stupefacente e anche un po’ disgustoso vedere quanti cagnetti profumati da salotto si sono messi con il branco di rottweiler a sbranare un botolo che aveva appena cominciato ad abbaiare”. (Ernesto bassotto)

Mercenari professionisti
Titolo spiazzante, anzi scandaloso? Vediamo. A cosa vengono impegnati i jihadisti delle varie formazioni mercenarie impiegate in Medioriente (ora anche in Asia e Africa e individuati come attentatori in Occidente)? A mantenere e allargare il dominio, a fini di controllo e sfruttamento, su zone del mondo ricche di risorse, e/o di importanza strategica, e/o la cui sovranità e autodeterminazione costituiscono ostacolo alla globalizzazione Usa, UE e Israele e rispettivi clienti, a volte collusi a volte collidenti, perché ne spuntano gli strumenti armati e/o economici. E, a parte la logica del cui prodest, a chi riconducono, con mille documenti, prove, ammissioni, queste formazioni? Le hanno pagate e rifornite sauditi, turchi, qatarioti, giordani; le hanno armate turchi, israeliani, Usa e Stati Nato; le hanno rastrellate in giro per il mondo i servizi di intelligence e le Forze Speciali di queste entità. Senza questo retroterra e i cordoni ombelicali ad esso connessi per vitto, mezzi, armamenti, soldo, la Jihad non durerebbe e non si espanderebbe dal 2011, ma si sarebbe estinta nel giro di settimane. Ve lo dicono Von Klausewitz e Sun Tsu.

Mo’ chi ha pensato, elaborato, spinto ed esasperato tutto questo a partire dall’11 settembre 2001? Chi, da un lato, aveva stabilito in piani ufficiali (Oded Yinon, Israele 1981) che, per il Grande Israele, occorreva frantumare in bantustan etnocentrici e settari gli Stati-Nazione arabi. E chi, dall’altro, ma in consonanza, nel cammino verso un dominio mondiale unipolare, di Stati-Nazione progettava di farne fuori tutti, tranne il suo e quello dei più stretti parenti. Si chiama, dai tempi di Lenin, imperialismo, fase suprema del capitalismo. Ma di mezzo c’erano Russia e Cina, ammazzate che schiacciamento di minchia.

La “guerra al terrorismo”, che si apre con l’innesco delle Torri Gemelle fatte saltare dall’interno e dal Pentagono bucato con un missile, ha una miccia lunga che parte dalla fine del secolo precedente. Quando una cabala di psicopatici, in massima parte talmudisti all’orecchio di Israele, formula il PNAC, il Progetto per un Nuovo Secolo Americano. Sono la squadra messa insieme dalla Cupola dell’1% perché faccia dell’ “eccezionalismo”” eugenetico nordamericano la Weltanschaung e del suo apparato militare da un trilione di dollari lo strumento materiale per la conquista del pianeta e la rimozione dki tutto ciò che vi si frappone o contrappone. La Russia, passata dal “tana liberi tutti” di Eltsin a essere l’antagonista globale con Putin, entra nel centro del mirino PNAC. Tanto più quando si intromette in Medioriente e fa volare le scartoffie neocoloniali e nella marca imperiale Europa, rapita e stuprata dal padre Zeus a stelle e strisce fin da quando l’aveva proclamata “liberata” nel 1945, la Russia diventa partner strategico per l’energia e non solo.

Repubblicani e Democratici per la Cupola pari son
In preparazione alla resa dei conti sul campo di battaglia, i neocon, la cui strategia la Cupola fa attuare via via, indifferentemente, dai presunti antagonisti repubblicani (Bush) e democratici (Obama), vero Giano bifronte scolpito dalla Cupola, vengono messi in pratica iniziative e strumenti propedeutici. Difensivi in Europa, dove si tratta di impedire lo smantellamento dell’omologa costruzione vassalla UE per mano di chi, tra le macerie economiche, sociali ed antidemocratiche di questa struttura corrottissima e criptocoloniale, sviluppa nostalgie “populiste” per la propria sovranità fondata sulle costituzioni democratiche sorte dalla lotta antifascista. Offensivi, dove lo Stato-Nazione c’è e alberga anticorpi robusti allo sgretolamento. Ed è il caso di paesi come quelli emancipati latinoamericani, l’Afghanistan, l’Iran, l’Ucraina, l’Egitto, l’Algeria, Nigeria, Brasile, e tanti altri, tutti quelli su cui sarebbe prematuro, inopportuno, disagevole, intervenire militarmente, ma dove è necessario e urgente destabilizzare. Tanto più urgente quanto più, nei tempi recenti e di fronte all’aggressività USraeliana, tutte queste realtà statuali, sotto la spinta dei rispettivi popoli, si orientano sempre più via dall’Occidente e in direzione Russia e Cina, aumentando le criticità dei progetti PNAC e Oded Yinon.

Ci sono spie tra noi
Dove non è utilizzabile lo strumento terrorista siamo alle rivoluzioni colorate, a insostenibili immigrazioni di massa, a colpi di Stato parlamentari, a sanzioni e sabotaggi economici. Vengono creati e messi in campo strumenti di grande potenza finanziaria e capacità mimetica. Alle vecchie fondazioni Ford, Rand, Rockefelleer, ai Think Tank come il Council of Foreign Affairs, gli Istituti Repubblicano e Democratico, si aggiungono vetrine umanitariste a direzione occulta Cia come USAID, National Endowment for Democracy, Amnesty International, Human Rights Watch, Save the Children, Medici e Reporter Senza Frontiere, Avaaz…. Più dinamico e scaltro di tutti, un criminale della speculazione finanziaria ai danni di paesi da spolpare (Italia dal 1992), l’ebreo ungherese-statunitense George Soros, con la sua Open Society Foundation mirata a gabbare, con mille succursali locali, giovani ansiosi di carriera. Soros si potrebbe dire la piovra globale, da cui tentacoli si sviluppano tanti polipi e polpetti sotto forma di scuole, università, centri studi, ONG dei diritti umani, organizzazioni mediche, gruppi mmediatici, associazioni dei diritti civili, ecologisti, pacifisti, soccoritori di migranti, PR e giornalisti infestanti come l’edera nei boschi abbandonati, o i pidocchi alle elementari di qualche tempo fa. Nel Kosovo sulla via della secessione costruisce università, nel golpe di Kiev finanzia nazisti, in Siria, a Sarajevo, o in Irlanda del Nord, s’inventa “costruttori di pace” che minino la lotta di liberazione.

Collaborazionisti “dilettanti”
E dunque torniamo al titolo così scandaloso. A cosa puntano in questi giorni, e con quali mandanti e strumenti, coloro che in piazza si agitano, negli Usa a livelli autenticamente eversivi, in Europa in rete, in Germania con marce e marcette (una addirittura, fuori tempo massimo e già arenata, da Berlino ad Aleppo “da salvare”) contro l’insediamento del presidente eletto statunitense? Si intravvedono i tentacoli della nota piovra, sono spuntati i soliti polipi e calamari? Insomma, sono gli stessi del PNAC, dell’11/9, delle varie primavere inventate (Siria, Libia, Serbia), o contaminate e pervertite (Egitto, Tunisia)? Anziché di petto, ti devono prendere alle spalle. Sono la versione soft dei terroristi deti islamici. Supporlo, sospettarlo, arrivare ad affermarlo? Anatema! A me pare invece che lo si debba supporre ed affermare. Li ritrovi oggi in rete a sparare a palle incatenate contro Trump, senza alzare un ciglio sui trascorsi di Hillary e Obama, li ritrovi in piazza a Berlino a gettare il cuore oltre l’ostacolo della trumpizzazione universale, promettono di diventare milioni contro la Casa Bianca per mandare all’aria  lo stesso Trump.

E scopri che sono gli stessi che da edicole e schermi, in assemblee e convegni, in marce e presidi si manifestano per il martire Giulio Regeni (alla faccia del suo provato lavoro al servizio di una manica di rinomati assassini e spioni angloamericani); contro i serbi e ungheresi infami che fanno gelare gli afghani alle porte delle città (l’Ungheria ha il più alto tasso di rifugiati rispetto alla popolazione di tutta Europa; la Serbia non ha che gli occhi per piangere dopo il passaggio del rullo Nato); che invitano migranti a milionate, ma non sognano di mobilitarsi contro coloro che li cacciano di casa. Per la maggiore gioia di datori di lavoro sottocosto e di quelli cui interessa tenere l’Europa sotto schiaffo; che, trasudando diritti umani, dall’alto della loro civiltà superiore, spappagallano di dittatori e tirannie in paesi di cui nulla sanno e i cui popoli disprezzano; per i quali, cittadini di paesi governati da ladri, mafiosi, corrotti, guerrafondai bombaroli, con primati di femminicidi, servilismo mediatico, Putin è omofobo, misogeno, sessista, autocrate, zar; che, all’ombra di belve umane come Thatcher, Hillary, Condy Rice, Madeleine Albright, Samantha Powers e loro capisala come Mogherini, Pinotti, Bonino, distolgono dallo scontro di classe e lacerano la comunità giurando sulla “matrice virile della violenza” e che sessismo, razzismo, nazionalismo, guerra, stermini di interi popoli, devastazioni e stupri non esisterebbero senza i maschi: guerra tra i generi che ha lo stesso scopo della guerra tra poveri.

Sono sempre gli stessi che su Aleppo Est invasa e occupata da tagliagole di Al Qaida e Isis, guidati e coordinati dai servizi di Nato, Israele, Turchia e Golfo, hanno per mesi guaito sulle fandonie dei 250.000 bambini sotto le bombe (Save the Children), su un numero incredibile di ospedali distrutti, su un genocidio in atto con bombe a grappolo e bombe-barili, dimenticando che Aleppo libera veniva colpita indiscriminatamente da razzi, mortai e cecchini, che chi fuggiva da Aleppo Est veniva mitragliato, che i corridoi per i soccorsi allestiti dai russi venivano bloccati. E ignorando di come la città interamente liberata sia tornata a vivere nella gioia della libertà, a essere ricostruita, a vedere il rientro dei rifugiati. Soprattutto ignorando chi di questa immane tragedia, diabolicamente inflitta per sei anni ad Aleppo e a tutto un popolo, porta la responsabilità.

Lo sconfitto Obama e la sua banda avvelenano i pozzi prima di andarsene.: mattanza obamiana a Deir Ez ZorSono ancora gli stessi che, manifestando e marciando contro le futuribili ipotetiche cattive azioni di Trump, tengono la testa sotto la sabbia di fronte all’ultimo massacro del regno di Obama che si sta verificando a Der Ez Zor, nell’est della Siria, dove una guarnigione di alcune migliaia di soldati siriani e centomila civili resistono da tre anni all’assedio dei terroristi. Terroristi Isis ora rinforzati dall’afflusso dei jihadisti in fuga da Mosul, reso possibile dalla collaborazione dei lanzichenecchi curdi al servizio degli Usa e dai bombardamenti Usa sulle difese di Deir Ez Zor e sul suo aeroporto. Aeroporto reso impraticabile e dal quale il governo non riesce più a far arrivare rifornimenti alla città. La centrale elettrica è stata distrutta dalle bombe della coalizione a guida Usa, la gente sta al buio, gli ospedali sono fermi. L’esercito siriano sta a 100km di distanza, impegnato a Palmira e non potrà impedire che Deir Ez Zor cada nelle prossime ore in mano a chi compierà l’ennesima mattanza di donne, uomini, bambini, “sospettati di aver collaborato col regime” e, naturalmente, non si priverà delle consuete atrocità sui soldati.

Collaborazionisti a voucher
Nel momento in cui l’Europa è attraversata da ordigni e apparati di guerra in direzione Russia, come non si erano mai visti dal 1945, l’associazione tedesca “No-to-Nato”, una coalizione di gruppi antiguerra, indice per il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Trump, una grande manifestazione a Berlino contro Trump, “per lo svuotamento della democrazia a vantaggio delle multinazionali, contro la violenza del nazionalismo (anti-UE), la violenza sui rifugiati, i cultori delle frontiere, la diseguaglianza sociale, la corruzione, gli indifferenti al cambio climatico e quelli del profitto sopra tutto”. Tutte cosacce attribuite a Trump, prima ancora che abbia messo piede nella Casa Bianca. Si dicono No-to-Nato, ma di Obama, che ha potenziato, esteso e armato la Nato come mai prima, che ha autorizzato il fracking inquinante e sismagenico, che ha fatto 7 guerre e con droni e sanzioni ha ammazzato più gente di tutti i suoi predecessori, che provoca la Russia fino alla catastrofe per mettere i ceppi all’autodeterminazione degli europei, che ha espulso più migranti di ogni presidente Usa, non dicono niente.

Negli stessi giorni dell’insediamento del “mostro partorito da Putin”, 20 e 21 gennaio, a Washington è indetta la manifestazione di 1 milione di anti-Trump e la consanguinea marcia di 200mila donne (con pronta adesione anche di Italia, Grecia e altri paesi devastati da Obama e subalterni) contro sessismo, misogenia, xenofobia, razzismo e ogni altra nefandezza di cui il neopresidente trasuda. La convocazione, le parole d’ordine, la piattaforma, gli strumenti organizzativi per queste iniziative sono diretta emanazione del “American Friends Service Committee”, gruppo direttamente finanziato da George Soros. Il cui vessillo di vecchio corruttore di ingenui dirittoumanisti e di Grande Vecchio dei marpioni del globalismo, svetta su diritti civili, femminismo, LGBTQ e gay nell’esercito, abolizione delle frontiere, accoglienza di rifugiati, denuncia del traffico d’armi, abbattimento di dittatori, democrazia da espandere. Valori degni in sé, chi non li riconoscerebbe, ma ridotti in moneta falsa con la quale ottenere il silenzio, l’oblio, su guerre, sanzioni, genocidi, devastazioni di società e relativi carichi e oneri sulle donne, distruzione di nazioni.
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Così predicano i media trovatisi nudi senza padrone e così raccomanda Soros alle sue star e starlet dello spettacolo e dall’abissale ignoranza, Trump e Putin sono due cavalieri dell’Apocalisse di cui gli europei faranno bene a non fidarsi, visto che vorrebbero mettersi d’accordo a detrimento irrimediabile per gli europei, vivi e democratici solo con Obama, Hillary e l’ombrello Usa-Nato. E difatti le chiassate europee di tutta questa brava gente di pace e diritto umano coincidono con quelle indette simultaneamente a Washington e in tutti gli Usa dalla bella compagnia che unisce Obama, Hillary, la Cia, il complesso militar-securitario-industriale, Wall Street, la lobby talmudista globale, e tutto l’apparato delle 16 agenzie di intelligence che con Bush e Obama si sono potuti dare alla politica e spadroneggiarvi democraticamente.

Una bilancia per Trump
Immaginiamo due piatti della vecchia bilancia da fruttarolo. Su un piatto, diciamo quello di destra, mettiamo le sparate di Trump sui migranti, sul muro messicano, sulle donne da palpare, sui musulmani da bloccare, i suoi generaloni in pensione, i suoi petrolieri che negano l’effetto serra, i suoi reduci da Goldman Sachs, le promesse a Israele, le minacce all’Iran e alla Cina.
Sull’altro, quello buono, di sinistra, mettiamo, le pedate ai giornalisti comprati e venduti del New York Times e affini, la mano offerta alla Russia anche per combattere insieme, anziché il legittimo governo siriano, i terroristi che Trump sa essere stati inventati e diffusi da quelli dell’11 settembre, l’elogio al sacrosanto Brexit e ai cittadini europei che si risvegliano, e che qualcuno, odiando i popoli, chiama populisti, i livore talmudista, i pernacchi ai capisala imperiali Merkel e Hollande, il marchio di obsoleta alla Nato, la cancellazione di TTIP; TTP, CESA, TISA, la gogna e i dazi ai delocalizzatori verso lavoro schiavistico. Indi il disprezzo per gli sguatteri UE dei globalisti Usa che si prostrano a chi li sta facendo invadere e sconquassare da milioni di più o meno disperati, sradicati da guerre, fame e sistemati al gelo e al fondo marino anche dai dirittoumanisti, complici dei globalisti, che gli promettono buona sorte via da casa loro. Per chiudere con la livorosa frustrazione di tutto il cucuzzaro anti-Trump, messo fuorigioco ed espropriato della cabina di comando che pilotava le più grave sciagure inflitte al pianeta dal giorno del meteorite dell’estinzione di massa. Quanto più furibonda è la collera di tutti questi, tanto maggiori sono i meriti di Trump.

Da quale parte penderà la bilancia lo vedremo. Intanto ognuno a suo gusto valuterà quel che trova sui piatti.

S’è messo in marcia, in nome di Cia, Pentagono, padrini del terrorismo, lobby talmudista, mondialisti maltusiani, mafie e massonerie, stampa cortigiana, Stato Profondo, il Grande Pifferaio di Hamelin (“Der Rattenfaenger von Hameln”) George Soros. Attratti dal tappeto di sangue, ossa e pelle su cui procede, gli corrono appresso i ratti sbucati dalle fogne dell’ipocrisia e del raggiro, delle armi di distrazione di massa, del buonismo e del politically correct (vedi elenco tentacoli di Soros, per il momento senza le decine di italiani: http://www.discoverthenetworks.org/viewSubCategory.asp?id=1237 ). Ma lo seguono, ahinoi, anche i bambini di Hamelin, che non annusano il fetore, ma percepiscono il profumo di miele che piove sulle loro coscienze dalla solidarietà con i migranti ghiacciati a Belgrado, con i LGBTQ discriminati, con i rifugiati da assimilare nell’universo globale del meticciato, lontano dalle loro patrie, con le donne che se fossero al comando sarebbero solo sorrisi e coccole, con tutti quelli che sono partiti in quarta a lanciare braccia e cuori contro il l’orrendo sovvertitore del nostro sereno e felice assetto planetario.


Ragazzi che immane, che inaudito sconvolgimento di senso, di ragione, di verità! E non dateci dei trumpisti. Avremo modo, presto, di misurarci anche con The Donald, il suo parrucchiere, i suoi generali e banchieri, tutta la famigliola. Sappiamo bene che dalla Casa Bianca non è mai sceso nessuno Spirito Santo a ingravidarci.

Fulvio Grimaldi - fulvio.grimaldi@gmail.com





giovedì 19 gennaio 2017

USA. Il cinema è ancora un'arte...?



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Sappiamo bene che il cinema, come in genere lo conosciamo oggi, è per lo più un parto hollywoodiano: la celebre “fabbrica dei sogni” cucita su misura, ai suoi esordi, per il pubblico americano - che masticava idealismo a buon mercato e voglia di evasione - per sopperire alla mancanza congenita di una storia, una cultura, delle radici ben identificabili.


Nel melting pot statunitense, ottenuto dalla simbiosi abbastanza artificiale di molte razze umane e fondato sull’obliterazione di una razza, il cinema viene a colmare dei vuoti di identità culturale notevoli e sostanziali, mescolando l’ingenuità dell’epopea di un Nuovo Mondo tutto da costruire con la velleità di proporsi come il paradigma del “buono” per eccellenza; viaggiando sulla scia dell’antica – e prestigiosa - figura mitologica dell’eroe, riveduto e corretto a stelle e strisce. Che qui spesso incontra la sua nemesi chiudendosi come un circolo vizioso in un clichè ridondante e ottuso ma a volte cavandosela anche con qualche lode e sorprendendoci tutti quanti. 

Di questo è capace questo popolo dai mille volti, sebbene in genere si adegui a quello greve, piatto ed esasperatamente conformista e patriottico del mangiatore di burger e masticatore di pop corn, sventolatore di bandiere ai raids politici e inguaribilmente vincolato all'idea di land of freedom.

Così, in qualche illuminata occasione l’ordinario “uomo della strada” yankee riscatta il suo anonimato dilatando in modo esponenziale l’immaginazione al cinema e identificandosi con l’eroe americano di turno: Mr. Deeds che vince la lotteria, Mr. Smith che va a Washington, lo sceriffo di turno del Far West, il Padrino: e sogna….

Ma attenzione, perché in questo contesto praticamente tutto è possibile –come le vicende dei protagonisti dei film del resto – e il genio dei pochi viene sguinzagliato delle possibilità, praticamente smisurate, offerte dal mondo della celluloide: gli americani, proprio per la loro natura di essere mille razze e nessuna in particolare, sono in grado di toccare estremi difficilmente raggiungibili altrove, e il “paese delle opportunità” diventa terreno di caccia per il visionario di razza come per il più miserabile opportunista, l’idiota imbalsamato e il sublime artista.

Tutto questo miscuglio di genio e follia, di bassezza e acume non poteva che riversarsi sul grande schermo, rifugio conclamato delle aspirazioni americane, frustrate o no che siano: ed ecco che nel cinema d’oltre oceano abbiamo capolavori assoluti come i più deplorevoli pasticci, la banalità più totale e il tocco profetico e ispirato, la vicenda coinvolgente perché la sentiamo fortemente nostra o i più astrusi copioni lontani da ogni possibile pianeta dell’anima.


C’è sempre, ad Hollywood forse più che altrove, uno spiraglio per le “opportunità” di scrollarsi di dosso - almeno parzialmente –l’ossessione del budget come la mentalità di regime, e arruffianandosi un po’ pubblico e produttori, di uscirsene con delle proposte mica male, delle ideuzze vincenti: il mistero del new deal trasferito al mondo del cinema.

Che diventa così il veicolo per un modo tutto nuovo di fare mito: raccontarlo per immagini in movimento. A volte sono gaffe clamorose, ma in alcuni casi- nemmeno tanto isolati – riescono a produrre delle risonanze profonde nel nostro animo e a segnarlo profondamente, forse anche involontariamente oppure per sbaglio (ma qualcuno ci sarà anche in America che ha l’occhio rivolto al di sopra delle apparenze) collegandosi a quel mundus imaginalis in cui si ritrovano gli archetipi del nostro retaggio umano, di tutti noi; e il “sogno” diventa realtà. 

Perché, fondamentalmente, lo è.

Simon Smeraldo



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martedì 17 gennaio 2017

18 gennaio 1919 - L’inizio del dominio americano sul continente europeo


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La Conferenza della Pace si apriva il 18 gennaio 1919 in un clima ancòra idilliaco, determinato dal permanere dello spirito utopistico prodotto dalle parole d’ordine americane del periodo bellico. Certo, le prime crepe cominciavano a manifestarsi (Fiume, Dalmazia, Montenegro), ma si sperava che si trattasse soltanto di piccoli dissapori, destinati a trovare rapidamente soluzioni soddisfacenti per tutti.

Sul piano pratico, la Conferenza era organizzata, gestita e composta esclusivamente dai vincitori della prima guerra mondiale, e in primo luogo dalle “Quattro Grandi”: Inghilterra, Francia, Italia e Stati Uniti d’America. Seguivano gli alleati minori: ventotto fra nazioni grandi e piccole (dal Giappone al Belgio) e dominions britannici (dal Sud Africa alla Nuova Zelanda). Tra i ventotto minori, addirittura, ve n’erano quattro (Ecuador, Perù, Bolivia e Uruguay) che non avevano partecipato neanche simbolicamente al conflitto, ma che avevano semplicemente rotto le relazioni diplomatiche con gli Imperi Centrali.
Le Quattro Grandi[1] e gli altri ventotto paesi non erano su un piano di parità, e ciò era cosa ufficiale, risaputa ed anche relativamente logica; peraltro oggettivamente consacrata dalla partecipazione soltanto delle prime a quelli che erano gli organi esecutivi della Conferenza: l’Ufficio di Presidenza ed il Consiglio Esecutivo, meglio noto come_____________________________________________________________________________________________________________________________ il Consiglio dei Quattro; “i Quattro” – in questo caso – erano i massimi rappresentanti delle potenze: l’inglese David Lloyd-George, il francese Georges Clemenceau, l’italiano Vittorio Emanuele Orlando e lo statunitense Thomas Woodrow Wilson.
Vi erano, poi, cose meno note e meno logiche: per esempio, che fra i quattro vi fosse una maggioranza di fatto (LloydGeorge-Clemenceau-Wilson) ostile al rappresentante italiano; o – per fare un altro esempio – che fra i ventotto minori non fosse stato ammesso il Montenegro, uno tra i primi paesi ad entrare nella guerra mondiale, cui aveva recato un contributo certo non inferiore a quello del Guatemala o del Siam.  Tutte stranezze, ma stranezze non casuali.
Altre stranezze, più sottili, sarebbero venute emergendo nel prosieguo dei lavori, quando – per esempio – si sarebbe venuto a discutere del concetto di “nazionalità”, elemento-base dei cosiddetti “Quattordici Punti di Wilson” che erano diventati, di fatto, il fondamento della Conferenza della Pace. Si sarebbe visto, allora, che per “nazionalità” si voleva intendere qualcosa di molto diverso rispetto a quel che si era sempre concepito in Europa. Ben lo spiegava l’insigne storico italiano della diplomazia, Amedeo Giannini: «Il concetto democratico della “nazionalità” degli alleati è quello della “coscienza nazionale” e non quello germanico “della razza e della lingua”.»[2] Orbene, questa particolare visione – oltre a sovvertire i cànoni della tradizione romanticista del nazionalismo europeo – soppiantava alcuni elementi oggettivi e di pronto riscontro (l’etnìa, la lingua, la religione) con un altro (la coscienza nazionale) certamente reale ma di facile travisamento. A riprova, il Giannini citava il caso della partecipazione di un nucleo epirota di difficile connotazione ad un episodio guerresco dell’Ottocento, utilizzato poi dalla Grecia per attribuire alla popolazione dell’intero Epiro (formata da greci, ma con una forte componente albanese) la adesione alla “coscienza nazionale” ellenica.
Al di là delle finzioni propagandistiche, comunque, la Conferenza della Pace non si ispirava certamente a qualsivoglia concetto di nazionalità, bensì a due diversi princìpi: quello della punizione dei vinti a pro dei vincitori (o, almeno, di alcuni dei vincitori); e quello di un forsennato espansionismo imperialistico e colonialistico di matrice inglese e – in misura minore – francese: espansionismo esplicito (in danno dei paesi arabi) o mascherato (in danno dei paesi europei) o ibrido (in danno della Turchia).
Malgrado gli americani continuassero a fare un gran parlare di democrazia e di diritti dei popoli, non ci si curava neanche di salvare le apparenze. La caratteristica precipua della Conferenza di Parigi, infatti, era quella di interrompere la lunga tradizione riconciliatoria dei “Congressi” postbellici europei (da quello di Westfalia a quello di Vienna, a quello di Berlino) per inaugurare una nuova tendenza unidirezionale, punitiva e per nulla pacificatoria.
In passato i vari Congressi avevano riunito attorno ad uno stesso tavolo tutti i paesi coinvolti a vario titolo nel conflitto appena spirato (vincitori, vinti e talora anche alcuni neutrali), nel presupposto che tutti fossero interessati a ricercare gli equilibri necessari ad una convivenza la meno traumatica possibile fra gli ex nemici. Adesso, invece, la Conferenza della Pace riuniva soltanto i paesi vincitori, i quali avrebbero dovuto fissare i termini delle punizioni da infliggere, mediante i vari trattati di pace, ai paesi vinti. Questi ultimi sarebbero stati successivamente convocati, ed ai loro rappresentanti sarebbe stata imposta la firma dei rispettivi trattati di pace.[3]

LA SOCIETÀ DELLE NAZIONI
Il 10 gennaio – e cioè una settimana prima della seduta inaugurale della Conferenza della Pace – le nazioni alleate avevano ratificato il patto costitutivo della Società delle Nazioni (o Lega delle Nazioni), una creatura del genio politico del presidente Wilson, che ne aveva anticipato i tratti nei suoi famigerati Punti: «una società generale delle nazioni deve essere costituita sulla base di accordi specifici, allo scopo di giungere a garanzie reciproche di indipendenza politica e integrità territoriale per tutti i paesi grandi e piccoli.»
Spacciata come un’organizzazione internazionale che avrebbe dovuto regolare i rapporti internazionali, garantire la sicurezza degli Stati, la pace tra i popoli, gli ideali di democrazia e di libertà, eccetera, eccetera, eccetera, la SdN avrebbe invece dovuto essere – secondo i desiderata dell’establishment americano – uno strumento che consentisse agli USA di gabellare la propria volontà politica per volontà della “comunità internazionale”.
Altra bizzarrìa, imposta dal presuntuoso inventore della Società: la costituzione della stessa avrebbe dovuto costituire parte integrante di tutti gli elaborandi trattati di pace; e quindi tutti i paesi vinti sarebbero stati obbligati ad accettare – in uno con le vessazioni dei trattati – anche l’adesione alla SdN. Per ottenere ciò, la prima parte di tutti i trattati di pace avrebbe dovuto essere necessariamente formata dai 26 articoli del patto costitutivo della Società delle Nazioni.
Ciò – è appena il caso di osservare – connotava la Società delle Nazioni (progenitrice dell’attuale Organizzazione delle Nazioni Unite) esattamente per quello che era: non una libera unione di Stati, ma un’organizzazione fiancheggiatrice dei paesi vincitori del conflitto mondiale. Peraltro, le Quattro Grandi (nel frattempo divenute Cinque, con l’aggregazione del Giappone) avrebbero dovuto detenere istituzionalmente la maggioranza (5 seggi su 9) nel Consiglio di Presidenza della Società.
Ufficialmente, lo Statuto della Società delle Nazioni era approvato il 25 gennaio 1919, una settimana dopo l’inaugurazione della Conferenza della Pace. In realtà – come si è visto – era stato varato prima dell’apertura della Conferenza.

LA PREVALENZA DEL BLOCCO
ANGLOSASSONE
Società delle Nazioni a parte – comunque – la Conferenza della Pace era il paravento dietro cui si celava il perfido maneggio che americani ed inglesi avevano ordito ai danni delle loro principali alleate. Non solo dell’Italia, come meglio vedremo più avanti; ma anche della stessa Francia che,  dopo la fine dell’orgogliosa avventura napoleonica, era sempre stata prona ai desiderata anglosassoni.
Procediamo con ordine: nel seno dei “Quattro Grandi” si precostituiva ufficiosamente una maggioranza USA-UK-Francia, in contrapposizione alla componente italiana; all’interno di tale maggioranza prevaleva il blocco anglo-americano e, dentro questo, si aveva l’assoluta primazìa degli Stati Uniti.
Questa sorta di gerarchia piramidale aveva una precisa giustificazione di natura economica. Al vertice v’erano gli Stati Uniti, perché questi erano gli unici a disporre di un’ampia possibilità di manovra economica, al punto che gli altri tre “grandi” – finanziariamente dissanguati dalla guerra – dipendevano da Washington per la loro stessa sopravvivenza alimentare. «In verità – scrive la Melchionni – gli Stati Uniti disponevano di un potere contrattuale enorme alla fine della guerra, perché gli alleati erano finanziariamente nelle loro mani.»[4]
Ma anche nello stato di difficoltà economica v’era una graduatoria: in cima v’era la Gran Bretagna, la meno “povera”, peraltro legata agli Usa da una pressoché assoluta comunanza di interessi; in posizione mediana, la Francia; e, in fondo, l’Italia.
«L’Italia nell’immediato dopoguerra – scriveva il generale Caviglia – attraversò un momento difficile. Era spossata, senza capitali, senza materie pri­me, senza viveri. I rifornimenti del paese dipen­devano dalla buona volontà dei nostri ex-alleati. Bi­sognava cercare di guadagnare tempo, mentre essi volevano ricattarci imponendo all'Italia delle condizioni di pace che sabotavano la nostra vittoria.»
Ciò spiega perché l’Italia non avesse difeso le proprie ragioni con le armi, laddove queste fossero state insidiate, come a Fiume o in Montenegro: «Non era possibile assumere un atteggiamento armato di fronte alla volontà ostile degli ex-alleati, perché i rifornimenti dell’Italia dipendevano dalla loro buona volontà.» E, più avanti: «In seguito avevo visto la Francia e l’Inghilterra sempre più cinicamente tradire l’Italia e trattarla come nemica vinta, e servirsi del Presidente Wilson per ricattarla. Nelle condizioni economiche in cui essa versava, dopo tutti i sacrifici generosamente fatti per la guerra, stremata di materie prime e di viveri, essi minacciavano per mezzo del Presidente degli Stati Uniti di rifiutarle i mezzi di vita, se non accettava una pace di umiliazione e di spoliazione.»[5]
Parigi era in una posizione mediana, ma solamente quanto alle condizioni economiche; perché sul piano generale era invece la più penalizzata dalla prevalenza del blocco anglosassone. La Francia era, infatti, la nazione-cardine dell’Europa, della sua cultura, del suo prestigio, del suo primato sulla scena mondiale. Posizioni che l’Italia – giunta soltanto da pochi decenni all’unità nazionale – non poteva vantare e, quindi, non poteva perdere.

LA FRANCIA È UMILIATA,
MA FINGE DI NON ACCORGERSENE
Era proprio ai danni della Francia che americani ed inglesi organizzavano una formidabile manovra di spoliazione delle sue prerogative. Senza l’arrogante rozzezza della congiura antitaliana che incominciava a delinearsi, ma con tatto, con sottile intelligenza, dando addirittura l’impressione di voler premiare la fedele alleata. Il Primo Ministro francese Georges Clemenceau era infatti nominato Presidente della Conferenza della Pace, e la stessa scelta della sede della Conferenza – il castello di Versailles – era frutto di una valutazione che premiava i rancori gallici accumulati dopo la guerra franco-prussiana di mezzo secolo prima.[6]
Il settantottenne Clemenceau, soprannominato “il Tigre”, era lasciato libero di ruggire non soltanto contro l’odiata Germania, ma adesso anche contro l’alleata Italia, dandogli l’impressione di essere lui a guidare inglesi e americani lungo i sentieri impervi delle trattative di pace.
In realtà, era esattamente il contrario: era in primo luogo l’Inghilterra ad essere interessata alla cancellazione della Germania come potenza militare e marittima, così come era sempre l’Inghilterra ad essere la più interessata a comprimere il dinamismo italiano. All’uopo, i francesi venivano utilizzati soltanto come truppe ausiliarie, ma – come si diceva – dando loro l’impressione di guidare l’attacco.
Inoltre, americani ed inglesi organizzavano contro i francesi un raggiro particolarmente odioso, quello che mirava ad espropriarli della primazìa linguistica (e quindi culturale) nel mondo civile. Un raggiro – sia detto per inciso – che è all’origine dell’odierna dittatura culturale anglosassone sull’intero pianeta.
Infatti, accampando la non conoscenza del francese da parte del Presidente americano Wilson (e non curandosi della non conoscenza dell’inglese da parte del Presidente del Consiglio italiano Orlando), gli anglosassoni imponevano l’inglese come lingua ufficiale della Conferenza della Pace. E ciò, malgrado la Conferenza si svolgesse a Parigi e malgrado il francese fosse – da sempre – la lingua franca della diplomazia mondiale.
Così, con un sol colpo, gli anglo-americani iniziavano la colonizzazione culturale dell’Europa e, al tempo stesso, imponevano la loro lingua come idioma ufficiale delle relazioni internazionali.
Il Tigre non faceva una piega: mostrava i denti, accennava uno scatto... ma, come ogni fiera da baraccone, obbediva docilmente agli ordini del domatore.

Michele Rallo

N O T E
[1] Le Quattro Grandi diverranno in un secondo tempo Cinque, con l’aggregazione – in funzione di appoggio agli inglesi – del Giappone; era però inteso che quest’ultimo avesse voce in capitolo soltanto per le questioni relative all’estremo oriente.
2 Amedeo GIANNINI:  L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia. 1913-1939.  Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Roma, 1940.
3 G.P. GENOV:  Il Trattato di Neuilly e la Bulgaria.  Associazione Italo-Bulgara, Roma, 1940.
4 Maria Grazia MELCHIONNI:  Il confine orientale italiano, 1918-1920. Volume 1: La Vittoria Mutilata. Problemi ed incertezze della politica estera italiana sul finire della Grande Guerra (ottobre 1918 - gennaio 1919).  Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1981.
5 Enrico CAVIGLIA: Il conflitto di Fiume. Garzanti editore, Milano, 1948.
6 Si ricordi che proprio a Versailles, nel 1871, l’arroganza prussiana aveva voluto che fosse incoronato il primo imperatore del Secondo Reich tedesco, Guglielmo I.




[1] Le Quattro Grandi diverranno in un secondo tempo Cinque, con l’aggregazione – in funzione di appoggio agli inglesi – del Giappone; era però inteso che quest’ultimo avesse voce in capitolo soltanto per le questioni relative all’estremo oriente.
[2] Amedeo GIANNINI:  L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia. 1913-1939.  Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Roma, 1940.
[3] G.P. GENOV:  Il Trattato di Neuilly e la Bulgaria.  Associazione Italo-Bulgara, Roma, 1940.
[4] Maria Grazia MELCHIONNI:  Il confine orientale italiano, 1918-1920. Volume 1: La Vittoria Mutilata. Problemi ed incertezze della politica estera italiana sul finire della Grande Guerra (ottobre 1918 - gennaio 1919).  Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1981.
[5] Enrico CAVIGLIA: Il conflitto di Fiume. Garzanti editore, Milano, 1948.
[6] Si ricordi che proprio a Versailles, nel 1871, l’arroganza prussiana aveva voluto che fosse incoronato il primo imperatore del Secondo Reich tedesco, Guglielmo I.

lunedì 16 gennaio 2017

La legacy di Barack Obama: "Aprés nous le deluge!"




OBAMA: mai nessuno peggio di lui 
NEOCON-USA: combattere i russi fino all’ultimo europeo
BIG PHARMA: vaccinare fino all’ultima bufala

Foglie di fico sulle vergogne: 20 gennaio 2017
Se ne va il peggiore presidente della storia americana, il più sanguinario, il più ipocrita, il più criminale, quello che ha fatto odiare gli Usa nel mondo più di qualunque predecessore. E il “manifesto”, ossimorico quotidiano “comunista” e sorosiano, che ancora qualcuno legge pensandolo onesto e di sinistra, sulle cui oscenità ancora qualcuno traccia con la sua penna foglie di fico, mobilita tutti i suoi embedded e scrive epitaffi che neanche a Che Guevara o Antonio Gramsci.

Un florilegio: “La sua presidenza ha avuto come obiettivo prioritario la costruzione di una democrazia reale… punti che dovrebbero dar corpo all’eccezionalismo americano…conquiste che dovrebbero essere considerate irriversibili sul terreno dei diritti, ma anche quel terreno di relazioni internazionali con paesi che non è più possibile demonizzare e o punire, come è stato fatto prima di Obama (sic !)… Il presidente esce di scena per restare. Per essere un punto di riferimento e di leadership moraleE’ il noi che conta, non l’io, è una scossa a reagire. L’America obamiana non starà alla finestra mentre i repubblicani agitano il piccone… è un leader altro rispetto a una classe politica distante dal popolo… Oggi sembra essere l’unica ripresa di una politica in grado di costruire una prospettiva democratica…”  .

Nei paginoni su paginoni in cui si celebrano gli 8 anni di regime obamiano, si lacrima sulla sua fine, si vaneggia golpisticamente su una rivolta nel nome di Obama contro il presidente eletto, è tutto un profondersi ìn meriti che incideranno per l’eternità il profilo di Obama nelle rocce di Mount Rushmore. Panzane come l’Obamacare (limitato a 20 milioni di persone su 50 senza assistenza sanitaria, e a condizione di consegnarsi mani e piedi legati alle assicurazioni e a Big Pharma), l’apertura ai migranti (1,5 milioni espulsi, più di qualsiasi predecessore), il muro tra Usa e Messico rafforzato ed elettrificato, le pari opportunità, i matrimoni gay (quelli sì), la difesa delle minoranze (licenza di uccidere e impunità alla polizia più violenta del mondo, specie sui neri), la ripresa economica (Usa in totale rovina infrastrutturale, disoccupazione record, salvataggi a gogò delle banche predatrici, delocalizzazione dell’apparato produttivo in paesi con manodopera schiavizzata) e, naturalmente, la fine delle guerre (solo 7, dopo le tre di Bush).

A paragone di questi indecorosi e truffaldini peana, appare contenuto plauso l’incensamento che alla sua divinità dedica il talmudista, hillarista, mossadista storico, Furio Colombo, su “Il Fatto”, giornale atlantista fratello maggiore del “manifesto” (“Obama uomo della diversità, inviolabilità dei diritti, uguaglianza, che lascerà alla parte libera del popolo americano orizzonti grandi, grandissimi”, come ben sanno i neri Usa decimati dalla polizia di Obama, e qualche milione di mediorientali eliminati). Entrambi, gonfiando di aspettative il proposito di Obama di assumere la guida della resistenza a Trump, ne sostengono implicitamente il sabotaggio revanscista eversivo, roba inedita negli Usa.

Il retaggio di un assassino seriale di massa
Scampando alle intossicazioni di questi fogli corifei,i cittadini americani e del mondo registrano: la costituzione smantellata da superpoteri presidenziali assunti da Obama in un paese militarizzato e dalle libertà civili ridotte al lumicino; una corruzione agli alti piani e un arbitrio del potere finanziario di Wall Street senza precedenti, l’elefantiasi e l’illimitata protervia dell’apparato militare, sorveglianza, sicurezza, spionaggio capillari e invasivi come in nessun altro paese del mondo; più neri inermi assassinati, violati nei loro diritti, incarcerati che negli anni del segregazionismo.

All’estero il 44° presidente degli Usa lascia una scia di sangue che cinge il mondo come un cilicio. E’ considerato da miliardi di atterriti e devastati esseri umani il più pericoloso governante mai apparso sulla Terra prima e dopo Hitler. Un macellaio di donne e bambini, di funerali e matrimoni, e di paesi, anche europei, che ha infestato di terroristi suoi mercenari, un guerrafondaio che, sulla base di menzogne, ha esteso guerre genocide a 7 paesi, che ha polverizzato, servendosi di bombe, missili, sicari jihadisti, israeliani, turchi, sauditi, tre grandi e civili nazioni arabe, che ha universalizzato la pratica degli assassinii extragiudiziari con droni, da lui personalmente ordinati, che ha sulla coscienza milioni di morti innocenti, che ha esteso l’impiego di Forze Speciali, cioè squadroni della morte impunibili, a 135 Stati, che ha aumentato la spesa bellica a livelli senza precedenti nella storia del mondo, arrivando a stanziare un trilione di dollari per potenziare l’arsenale nucleare

Che ha usato il mantra della guerra al terrorismo e alla droga come chiave per destabilizzare nazioni e conquistare produzioni e mercati alla droga, che ha consentito alla NSA di distruggere la privacy di ogni cittadino del mondo, che ha violato la sovranità e autodeterminazione dei popoli destabilizzando i loro Stati con rivoluzioni colorate e colpi di Stato affidati a gruppi nazisti o mafiosi (Ucraina, Honduras, Paraguay, Brasile…), che ha strangolato paesi non succubi con sanzioni ed embarghi, che ha artatamente portato all’incandescenza il confronto con una Russia pacifica e rispettosa del diritto internazionale, elevando il rischio della catastrofe termonucleare e coinvolgendovi a forza i paesi sudditi, che ha consacrato la sinergia criminalità di Stato–criminalità organizzata a modello  di governance in tutto l’Occidente e nei paesi neocolonizzati, che ha portato avanti e potenziato la necrofora strategia neoliberista e militarista dei Neocon  per un governo totalitario mondiale, lanciata con l’operazione 11 settembre. Che ha messo il sigillo ai suoi due mandati di terrorismo interno e mondiale lanciando nell’ultimo anno su parti del mondo 26.171 bombe, tre bombe all’ora per 24 ore ogni giorno.

La bomba e il petardo
Un essere dal bell’aspetto e dalla psiche tarata che, prendendo in giro il popolo cubano in combutta con tre papi e un presidente cubano rinnegato, gli ha rinnovato le sanzioni inoculandogli simultaneamente il virus mortale del capitalismo straccione al servizio del capitalismo dei signori. E mentre a Cuba corrompeva quanto restava da corrompere, ha rinnovato le sanzioni al Venezuela, vi ha scatenato la jacquerie e il sabotaggio dei ceti parassitari fascisti e gli ha annunciato guerra alla morte definendo questo paese inerme e pacifico “una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti”. Quanto finora Donald Trump, il Belzebù, la sentina di ogni male per i politically correct, gli pseudo-sinistri - cripto-destri, ha blaterato in termini di minchiate xenofobe, sessiste, anti-ecologiche, sta a quanto ha combinato questo bruto del “yes we can” in materia di crimini contro l’umanità come un ordigno con la miccia spenta sta a una deflagrazione atomica. Ed è proprio questo delinquente abituale che, consci o no, difendono le torme sorosiane che negli Usa e in Europa si vanno mobilitando per far sì che una piazza obamian-hillariana-neocon-Cia faccia saltare il nuovo presidente e, con lui, quanto resta delle istituzioni fatte a pezzi da Obama. O, piuttosto, da chi s’è inventato e ha usato questo cinico pupazzo, finto taumaturgo nero, per procedere nel proprio programma eugenetico di pulizia etnica, culturale e sociale. Un idolo, un eroe, un martire per gli sgherri di Hillary. Un criminale di guerra che, al momento, la scamperà grazie alle cortine di fumo stese da sicofanti come, nel suo indecente piccolo,  il “manifesto”. Ma che la Storia impiccherà al pennone più alto della flotta pirata. Quella  su cui ci ostineremo a navigare, noi comuni mortali.

Negli Usa, con un presidente sconfitto che non sa perdere e un establishment che ha puntato tutte le sue fiches sul rosso della guerra alla Russia, ostacolo insuperabile alla conquista del governo mondiale, siamo allo scontro al calor bianco tra la fazione militarista-securitaria che campa di guerre, insicurezza e terrorismi e lo schieramento Trump che, per quanto equivoco e trasversale, non accetta la priorità dello scontro con chi possiede le più vaste risorse energetiche e minerarie del mondo. Ma preferisce farci affari, prendendosela semmai con la Cina divoratrice di produzioni  e mercati.

Addosso alla Russia. O all’Europa?
Svaporate le balle dell’hackeraggio russo che avrebbe convinto gli americani a votare contro Hillary  e, quella più miseranda, degli exploit sessuali di Trump a Mosca (inventati dalla spia britannica in disarmo Christopher Steele su commissione di John McCain), che la stessa Cia è stata costretta a smentire, la campagna russofobica è passata al gioco duro. E’ scesa in campo con un’armata di carri armati e di truppe di terra, mare e aria, che hanno attraversato l’Europa da ovest ai confini polacchi e baltici con la Russia, come non la si era vista dalla Seconda Guerra Mondiale. Brividi, tremori, panico. “Much ado about nothing”, direbbe Shakespeare, molto rumore per nulla. Per nulla proprio no, perché le intenzioni dietro la mossa sono comunque criminali. E letali per noi.

Siamo a qualche migliaio di mezzi corazzati e blindati e a 4000 soldati, più i 5000 della Forza di Pronto Intervento, con elicotteri e F15. Non costituirebbe, questo dispiegamento, una minaccia per la Russia neanche se fosse cento volte, anzi, mille volte più grande. Hitler invase la Russia di uno Stalin impreparato con 3.800.000 soldati, 600mila veicoli, 3.350 tank, 7.200 pezzi d’artiglieria, e 2.770 aerei della migliore aviazione dell’epoca. Vi si aggiunse, grazie alla cinica irresponsabilità di Mussolini, l’ARMIR, la spedizione stracciona di morituri italiani. L’Armata Rossa, nonostante le purghe di ufficiali inflittele da Stalin, li divorò tutti e vinse la guerra. E oggi la Russia di Putin, rispetto all’Urss del 1939, se la può tranquillamente ridere di una forza come quella fatta marciare, gagliardetti al vento, tra tromboni e cimbali e spaventose urla di guerra mediatiche, dal Canale della Manica all’Ucraina.

A cosa serve la parata? A far dire ad accattoni e zoccole nei governi UE e nazionali e rispettive presstitute che la Russia è una minaccia mortale (lo zelante premier danese si è superato dicendo che la minaccia incombente russa deve essere prevenuta subito con un’azione di forza), e che sarebbe demenziale se Trump dovesse illudersi di normalizzare le relazioni con Mosca. E’ davvero paradossale, mai visto, che l’apparato militare americano conduca manovre provocatorie a rischio di guerra in aperto contrasto con le politiche annunciate dal neoeletto comandante in capo.


Contro l’Eurasia fino all’ultimo europeo
Rumoreggiando contro i confini russi, Usa ed eurosguatteri al guinzaglio, sanno che nel caso di attacco andrebbero incontro a una sconfitta. Perché allora provocare, correndo il rischio, sempre attuale data la psicopatologia che caratterizza i vertici Usa, che qualche dito finisca sul pulsante rosso?  Parrebbe “much ado about nothing” ed è invece molto rumore del kombinat repubblicani neocon-falchi democratici hillariani, accompagnato dagli strepiti delle zoccole mediatiche, attorno a qualcosa di grosso. Si tratta di impedire a tutti i costi il reciprocamente vantaggioso incontro tra una Russia straricca di risorse e un’Europa dell’alta tecnologia e dalla gran fame di energia. E’ il mandato assegnato alle zoccole mediatiche e Ong che coprono  i loro servigi atlantisti, talmudisti, antidemocratici e guerrafondai, fingendo di stracciarsi le vesti umanitarie sui migranti al gelo balcanico. Un incontro di pace, quello tra Europa e Russia, dettato da geografia, storia, economia, cultura. Un incontro fisiologico, di mutuo interesse e beneficio, ma che ridurrebbe la potenza Usa, strumento della cupola mondialista, ai margini dei significati e dell’agibilità geopolitici. E che aprirebbe agli europei, agli Stati nazionali, una via d’uscita dalla colonizzazione dell’Impero e dal suo vicerè a Bruxelles.

Questi tamburi di guerra, queste trombe del giudizio, questi fischi del pecoraro alle sue pecore, devono avvelenare i rapporti tra Occidente e Russia sul piano economico, militare, culturale, al punto da rendere estremamente difficile al prossimo presidente di attuare i suoi propositi collaborativi verso Mosca. Gli toccherebbe cancellare tutti i provvedimenti ostili del suo predecessore e contro tale ipotesi si scatenerebbe l’irrefrenabile indignazione, come già in atto, dei massmedia e delle Ong umanitarie asserviti all’establishment  militar-securitario: Trump, nient’altro che una marionetta di Putin, avrebbe svenduto all’orrendo orso russo la sicurezza americana. Obiettivo finale: bloccare nel caos l’insediamento del neopresidente, o arrivare rapidamente al suo impeachment. Europa ricondotta nei suoi ceppi atlantici, alla mercè delle predazioni del sistema mafiofinanziario mediante TTIP, il TISA, CETA, NATO. Eurasia kaputt. Psicosi di guerra strutturale e permanente con relativi profitti per chi ci campa e ci comanda. Eventuale conflitto circoscritto al campo di battaglia russo-europeo. Lontano dal suolo americano.. Come in Siria, Iraq, Afghanistan e resto del mondo.

Sostenuta dagli utili idioti e da amici del giaguaro hillariani, tipo Michael Moore o altre celebrità dell’infotainment, che, rimborsati da Soros, annunciano manifestazioni milionarie per i giorni prima e dopo l’insediamento del 20 gennaio e, in Europa, dalle mille Ong pacifinte e migrantofile, i vociferanti LGBTQ, gli umanitaristi e i radicalchic  che prediligono manifestare contro il rischio Trump piuttosto che contro gli stivali chiodati di Obama-Hillary-Cia-Pentagono-Neocon in marcia sulle loro pance, l’isteria antirussa punta a un risultato preciso. Non la Russia, l’Europa.


Israele fa la sua parte. E pure le pseudo-Ong della Cia.
Nell’operazione non poteva mancare il suggeritore primo della politica estera Usa. Haaretz, quotidiano israeliano critico, rivela che l’intelligence Usa ha avvertito i colleghi israeliani di non collaborare con l’amministrazione Trump, anzi di intralciarla con operazioni militari anche sul terreno della guerra alla Siria che Trump vorrebbe diretta contro i terroristi e non contro Assad. E così Israele, avendo già offerto retroterra strategico e sanitario ai jihadisti Isis e Al Qaida sul Golan, avendogli fornito armamenti, ha ripreso a sostenerli con interventi diretti. I lanci di missili su Damasco e, ripetutamente, sull’aeroporto militare, la riattivazione di attentati terroristici nella capitale, avvengono a sostegno dei jihadisti in difficoltà in varie parti del paese, e soprattutto nella valle di Wadi Barada, riconquistata dal governo dopo che Al Qaida-Al Nusra, occupandone le sorgenti, avevano tagliato l’acqua a 5 milioni di damasceni. Ovviamente anche gli attentati terroristici in Turchia, dall’assassinio dell’ambasciatore russo alla strage della discoteca di Istanbul,  con un’escalation parallela e collidente con le varie intese tra Mosca, Tehran e Ankara, indicano la stessa matrice e gli stessi obiettivi dello sbattere di sciabole antirusso in Europa.

Contro le quali intese si sono aperte le fogne e si è data via libera a torme di ratti. Ieri sera a “Blob”, in una caduta di stile e contenuto imputabile solo a un Ghezzi non più padrone di sé, ne sono arrivati un paio, commessi viaggiatori del Dipartimento di Stato: “Amnesty International” e “Un Ponte per”. Indescrivibile come, abbandonata ogni pretesa di imparzialità dirittumanista, abbiano dato sfogo al livore loro e dei loro mandanti per i contraccolpi subiti sul cammino dell’obliterazione di Iraq e Siria. Oltre a riesumare le logore fandonie su universi carcerari siriani, stupri e torture, bombe a grappolo e bombe-barili, bombe su ospedali e scuole, sono arrivati a trasformare le belve mercenarie jihadiste, pur raccontatesi in mille video di orrori, di esecuzioni mediante decapitazioni, crocefissioni, roghi, annegamenti, squartamenti, in protagonisti e martiri della democrazia. Volgare e rozzo contributo alla mobilitazione sorosiana di tutto l’apparato di fessi e farabutti che da anni è chiamato a fiancheggiare, sotto mentite spoglie pacifiste e magari addirittura anti-Nato, la strategia della Cupola di resa dei conti con la Russia. A spese dell’Europa.

Vaccini fino all’ultimo boccalone

Le gigantesche bufale su epidemie globali e assassine, Aids, mucca pazza, peste suina, influenza, ebola, aviaria, non ci hanno insegnato niente. Pareva dovessero ridurre a uno scherzo la peste bubbonica dei secoli andati e sono rimaste circoscritte e in buona parte pura fuffa. Fuffa, sì, ma costosa per noi e redditizia per altri. Venivano attribuite a cause tanto certe quanto poi screditate, ma intanto hanno costretto Stati e, quindi, cittadini, a svenarsi per milioni di dosi di vaccini, in gran parte rimasti sui banchi ad ammuffire. Questa della meningite da meningococco è una delle truffe più plateali e spudorate. Psicosi mediatica e istituzionale ossessiva, basata su dati falsi, ma intanto tutti corrono a farsi iniettare veleni. Con 0,32 casi su 100mila persone nel 2015, 3 casi ogni milione oggi, siamo sotto la media europea che è di ben 14 casi. E in zona di assoluta tranquillità. Nella tanto deplorata Toscana, l’incidenza è di 0,83 su 100mila, largamente sotto l’emergenza. Dei 29 casi del 2016 ben 13 erano vaccinati, il 45%. Il che darebbe da pensare. Dal 2012 i vaccini sono inseriti nel Piano Nazionale Vaccinazioni ed è proprio dal 2012 che si nota un aumento dei casi da sierogruppo C rispetto al 2000. Fatevi una domanda, datevi una risposta. Stessa domanda e stessa risposta che valgono per la mobilitazione anti-Russia e anti-Trump delle tante nostre anime belle.

Fulvio Grimaldi - fulvio.grimaldi@gmail.com

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